Approfondimenti · Libri

Sognando un superamento del capitalismo industriale e consumistico

A proposito di quel che si scriveva ieri, consigliamo vivamente di leggere questo breve stralcio della visionaria (?), probabilmente ingenua, semplicistica, oltre che tutta da dibattere, conclusione di un saggio importante – Il Pianeta Umano, da poco pubblicato da Einaudi -, nel quale due brillanti scienziati e studiosi dei cambiamenti climatici, Simon L. Lewis e Mark A. Maslin, per altro politicamente fin troppo corretti (non certo due “pericolosi bolscevichi”), ripercorrono, in modo agile, divulgativo, coinvolgente ed argomentato, le varie tappe dell’impatto (una vera e propria schiacciante impronta, ormai indelebile in tutti i sedimenti) delle attività umane sul sistema Terra, dalla rivoluzione agricola in avanti, sostenendo che senza ombra di dubbio siamo ormai entrati, da oltre quattrocento anni, in un nuova epoca (geologicamente parlando), quella dell’Antropocene, che in mancanza di un profondo ripensamento del nostro modo di vivere, porterà nel giro di breve tempo, forse neanche un secolo (ma stiamo dicendo le cose in modo molto approssimativo), ad un sostanziale collasso della civiltà umana.

Qualunque forza politica, istituzione, struttura di rappresentanza, associazione culturale, impresa sociale o semplice cittadino, che oggi non si occupi seriamente di queste cose, non sta dicendo la verità, e soprattutto non sta facendo politica, ma sta portando avanti e difendendo tutt’altri interessi (quelli dello sperequato e distruttivo status quo).

“… Concludiamo con due idee importanti (qui ci soffermeremo solo sulla prima, ndt), che a nostro giudizio dovrebbero essere indagate più a fondo, poiché potrebbero accrescere la probabilità che gli aumenti della distribuzione di informazioni (oggi in buona parte non mediate, ed è tanta manna, altro che indotta paranoia da fake news!, ndt), dell’approvvigionamento di energia pulita e della nostra agentività collettiva, siano sfruttati per limitare i nostri impatti sull’ambiente, gestire meglio il sistema Terra ed avere una vita più libera.

Uno degli aspetti critici del nostro impatto sull’ambiente deriva da ciò che facciamo del nostro tempo. I gruppi di cacciatori-raccoglitori molto egualitari e a ritorno immediato ci hanno dimostrato che è la dipendenza da altre persone a portare alcuni ad avere autorità sugli altri, il che a sua volta distrugge l’eguaglianza. Avere la possibilità di andarsene e procurarsi ciò di cui si ha bisogno per vivere lavorando insieme ad un altro gruppo limita la dipendenza. In modo analogo, la necessità di vendere il proprio lavoro è una relazione di dipendenza, da cui consegue la diseguaglianza, che a volte diviene vero e proprio abuso.

Un sistema per ridurre questa dipendenza è la politica di dare ad ogni cittadino (quindi tutti, altro che tesserine gialle, dalla spesa vincolata, ndt) un reddito di base universale (RBU), senza obblighi di lavoro. L’RBU sarebbe fissato ad un livello sufficiente per la sussistenza e coprirebbe anche un’assicurazione sanitaria nei paesi in cui l’assistenza sanitaria non è gratuita.

L’idea sempre più discussa dell’RBU (ma a quanto pare economicamente sostenibile, dicono gli autori, ndt) fa diminuire la dipendenza, accresce l’autonomia, permette alle persone di essere più libere di continuare a studiare finché ne traggono beneficio e di lavorare a proprio piacimento. L’RBU aiuterebbe anche a gestire la crisi incombente dovuta alla futura (benvenuta, ndt) automazione di molti lavori.

Anche se sono state sollevate obiezioni nei confronti dell’RBU, che nascono dal timore che il costo dell’implementazione sia proibitivo, o che in queste condizioni pochi lavorerebbero, alcuni esempi del mondo reale indicano che si tratta di obiezioni infondate.

La necessità per quasi tutti noi di vendere il nostro lavoro ed essere sempre più produttivi è compensata dalla possibilità di aumentare i nostri consumi. Data questa dinamica, ha poco senso  rinunciare a comportamenti nocivi per l’ambiente, quando sapremo che in futuro dovremmo lavorare di più, quali che siano le nostre scelte. Spesso diciamo a noi stessi che ci meritiamo una vacanza, una macchina nuova, cibi che provengono da paesi lontani: “lavoro sodo, me lo sono guadagnato”.

Uno dei vantaggi dell’RBU è che spezza il legame tra lavoro e consumo e quindi riduce gli impatti ambientali. Potremmo lavorare meno e consumare meno, riuscendo comunque a soddisfare le nostre necessità. La paura del futuro diminuirebbe, nel senso che non dovremmo lavorare sempre di più, per timore di restare senza lavoro in futuro.

Ricevendo un RBU nessuno avrebbe l’obbligo di svolgere lavori dannosi per l’ambiente. Nessuno dovrebbe dire: “lo so che è dannoso, lo faccio soltanto per dare da mangiare ai miei figli. Non ho altra scelta.” Avendo un reddito sicuro, chi lavora nell’industria dei combustibili fossili potrebbe riqualificarsi. Le persone sarebbero in grado di fare piani per il futuro e potrebbero “concedersi il lusso” di intraprendere subito le azioni necessarie, per evitare alle future generazioni impatti ambientali negativi.

… Nel corso del tempo probabilmente avrebbero luogo altri cambiamenti importanti: le retribuzioni per lavori mal pagati in generale aumenterebbero, facendo diminuire le diseguaglianze e incoraggiando altresì una maggiore automazione, che inizierebbe ad eliminare i lavori di basso livello. Il fatto di ricevere un RBU conferisce alle persone il potere di dire di no allo sfruttamento (pensiamo per esempio a tutti gli odierni rider: una vergogna, ndt). Verrebbero eliminati gli ostacoli che spesso impediscono alle persone con un reddito basso di avere un lavoro interessante e ben retribuito: l’RBU permetterebbe a tutti di cercare di acquisire le qualifiche e l’esperienza di lavoro necessarie. Le retribuzioni di professioni interessanti come quella del medico, del giornalista (?) e dell’avvocato diminuirebbero, poiché qualunque persona di talento avrebbe l’opportunità di intraprenderle, riducendo anche in questo caso le diseguaglianze. … Un aspetto cruciale è che il genio in grado di contribuire a risolvere qualche problema ambientale, sociale o tecnico ne avrà l’opportunità, anziché essere costretto ad un lavoro estenuante per pagare l’affitto.

… Le persone dedicherebbero più tempo al lavoro necessario, come accudire i bambini e gli anziani, e alla produzione dell’energia e del cibo necessari, oltre che a molte forme di lavoro in qualche modo appagante, ma probabilmente non strettamente necessario. In questa situazione si potrebbe scatenare (ulteriormente, ndt) la creatività umana.

Negli esperimenti condotti in villaggi e città in nazioni diverse come il Kenya, la Finlandia, il Brasile e il Canada, le persone hanno continuato a lavorare, non hanno iniziato a passare le giornate a non far niente. In molti casi l’imprenditorialità aumenta. Alcune persone in effetti lavorano di meno: i genitori passano più tempo con i figli piccoli e gli adolescenti prolungano la durata degli studi. Altri effetti positivi che si sono rilevati sono una diminuzione dei tassi di criminalità, un abbassamento dei costi dell’assistenza sanitaria e un maggior rendimento scolastico.

Nel complesso la vita delle persone sarebbe meno incentrata sulla sopravvivenza, sulle retribuzioni e sui timori per la sopravvivenza e le retribuzioni future. Pianificare il futuro, anziché preoccuparsi di non arrivare a fine mese, diventerebbe la norma. L’RBU potrebbe trasformare in meglio la società anche dal punto di vista ambientale. Inoltre, la dinamica di aumento delle retribuzioni per i lavori sgraditi e di diminuzione per quelli ambiti potrebbe agire in un modo ancor più trasformativo. È immaginabile che le innovazioni e la tecnologia eliminino la maggior parte dei lavori sgraditi e con un RBU più elevato i lavori sarebbero per la maggior parte quelli ambiti, quindi sarebbero svolti sempre di meno in cambio di una retribuzione. Lavorare per uno stipendio è qualcosa che si potrebbe in gran parte eliminare. Gestendo le cose in modo da rafforzare questi circuiti di feedback positivo, tutto ciò potrebbe persino portare ad un nuovo modo di vivere postcapitalistico consumistico più rispettoso dell’ambiente.”

Marco Maiocco

 

 

 

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La visione di una valle verde

Il Paese, lo sappiamo, è ormai prevalentemente in mano (come il mondo, del resto) ad una vasta pletora di visioni di destra (non sapremmo come altro definirle).

La sinistra, invece, risulta sostanzialmente scomparsa, non più pervenuta, quanto meno nelle forme istituzionalizzate della rappresentanza (ma per carità, tra braci silenti e nuove forme di organizzazione e consapevolezza, forse non c’è nemmeno così troppo da disperare); ma quel che più rattrista, in questo senso, è che probabilmente nemmeno la sinistra (ormai fenomeno prevalentemente storicizzato) ha mai realmente capito qualcosa, oggi forse ce lo possiamo dire (ottusa, sacrificale, cultura del lavoro e della produzione purtroppo non le sono mai state estranee).

Stamattina presto sentivamo uno dei tanti esponenti di centro destra, ormai fuori dai giochi (anche se sempre pronto a rientrarvi), una ex Presidente della Camera, con per altro dalla sua un’ottima (rara e singolare, data la sua provenienza) cultura della politica istituzionale (o istituzionalizzata), sostenere pressappoco la seguente bestialità: la Val Polcevera patisce a causa di un drastico fenomeno di deindustrializzazione, quella è una zona depressa; è stato giusto aiutare gli sfollati, dopo la tragedia del Ponte Morandi, ma non in subordine al sistema delle imprese.

Le rispondiamo che la Val Polcevera (uno dei tanti potenziali piccoli gioielli del nostro Bel Paese, svenduto alla logica predatoria, distruttiva, ossessivamente produttiva, cumulativa e speculativa dell’industria e del capitale) ha patito nella sua storia (ecco perché è depressa) di un violentissimo, feroce, inquinante, congestionante, fenomeno di industrializzazione e inurbamento (mai concluso in realtà, nonostante le molte benvenute dismissioni – traffico portuale e grigio indifferenziato anonimato, nonostante le tante “variopinte” insegne del “libero” mercato, prodotto diretto della cementificata grande distribuzione, l’incolore fase successiva alla “sciagurata” deindustrializzazione, la fanno ancora da padrone), a prescindere dal nobile tessuto sociale, operaio (e non solo), popolare, antifascista, democratico, solidale, che in quelle zone ha saputo valorosamente affermarsi.

Se la Val Polcevera fosse una rigogliosa valle verde dalla foce del suo fiume (la cosiddetta fiumara, tra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano, altre zone – Cornigliano soprattutto – storicamente devastate, come dalle bombe, dall’assurda storia industriale del capoluogo ligure) fino agli “alti” comuni di Ceranesi, Campomorone, Mignanego, Serra Riccò, non trascurando infine la piccola splendida corona appenninica, che poi la circonda intorno ai mille metri d’altezza, non riusciamo nemmeno ad immaginare in quale mondo favoloso ci ritroveremmo a vivere.

Quando da specie dominante, prevalentemente economica (ma in realtà è proprio la nostra casa, il nostro ecosistema, non tanto quello della Terra, che stiamo distruggendo) torneremo ad essere o diventeremo finalmente una specie sapiens, intrinsecamente animistica, parte integrante della “scenografia” naturale e non sua basica forza distruttiva (come un uragano, una tempesta, una malattia, una sventura) ?

Il futuro non può che passare, a meno che non si voglia perseguire il collasso, e grazie all’ausilio di tutte le nuove tecnologie a disposizione, da aria pulita, minori emissioni, una maggior produzione per il fabbisogno (e meno per l’esportazione), minori o più intelligenti consumi, una minor crescita, una maggior redistribuzione, una maggior cooperazione, più manutenzione, meno lavoro (ma per tutti), più tempo a disposizione per la felicità e la crescita interiore di ciascuno, e via discorrendo (ma tutto questo è già superato, c’è tanto altro da immaginare).

La cosa triste, appunto, è che ad essere in sintonia con la solita visione dello sviluppo economico, declinata ottusamente (pur se con toni concilianti) per l’ennesima noiosissima volta, era un’esponente della sinistra, ormai defenestrata o defenestratasi dalla storia, la quale, tutta orgogliosa (ma lo diciamo con rispetto, in realtà) del suo passato da militante nel PC, partito formatore, dedito alla complessiva elevazione delle masse e della società tutta – non come le attuali forze in campo che, a sua detta (e per carità, probabilmente è così), favoriscono un generale abbassamento del tasso intellettivo e intellettuale -, finiva per concordare (nemmeno conscia delle sue paradossali contraddizioni) con quella che dovrebbe essere una visione opposta e alternativa (se non altro a rigor di logica), per noi tutta da scongiurare (oggi, ancor più di ieri). Marco Maiocco

Dischi

Un salto in avanti nel cosiddetto Tuareg sound

Kel Assouf

“Black Tenere”

Glitterbeat Records, 2019

Terzo album, il primo per la specializzata Glitterbeat, per questo arrembante e multietnico terzetto (vero e proprio straordinario power trio), composto dal chitarrista cantante Anana Ag Haroun, nigeriano di lingua e cultura Tamashek, da undici anni residente in Belgio (nella multiculturale Bruxelles), con la moglie e tre figlie; dall’immaginifico tastierista e produttore di origini tunisine Sofyann Ben Youssef (l’acuta mente dietro l’energico sound di questo piccolo grande gruppo); e dal belga Oliver Penu, giovane batterista jazz dalla poderosa battuta in chiave rock stoner (lo si ascolti, per esempio, rutilare in Amghar). Un album registrato a Stoccolma nello studio di amici musicisti, la cui particolarità risiede nella vasta collezione di rari strumenti vintage (tastiere, synth, chitarre, bassi e batteria) – Ag Haroun d’altronde è solito imbracciare una vecchia e “rotonda” Gibson Flying V, un modello futuristico risalente agli anni ’50 del secolo scorso. Un lavoro suggestivo, molto colto, nell’efficace riarticolazione di tutti i suoi riferimenti storici ed elementi, ad alto impatto emotivo e sonoro, capace di coniugare alla perfezione l’ormai storicizzata (oppure no ?) lezione nomade e resistente (quella dei pionieri Tinariwen) del cosiddetto Tuareg rock (o meglio Tamashek, se non Ishumar) – il carattere preponderante, del quale costituisce un ulteriore avvincente contaminato sviluppo, di questa profonda e adrenalinica registrazione, dedicata alla dolorosa vicenda e diaspora del popolo Tamashek -, con echi classici di hard rock e psichedelia (magari nella più verace fusione sabbathiana), stoner music, ed ambientali “ipno beats” di più moderna, astrale, matrice euro elettronica. Spettacolare. Marco Maiocco

Dischi

Un “crogiolante” hard rock progressivo

Motorpsycho

“Crucible”

Rune Grammofon, 2019

I Motorpsycho sembrano sempre riemergere dalle buie profondità magmatiche di un maelström primordiale, brodo di cultura di preistoriche creature anfibie, crogiolo di multicellulari possibilità biotiche, con però la propulsione immaginifica e fluttuante (forse messianica) di un Ufo Robot.

Arduo stabilire se il loro straordinario hard rock progressivo (qui più diretto e meno monumentale) conduca dal cháos primigenio all’ordinato kosmos o viceversa rimetta tutto in discussione, riportando al lattiginoso confuso stato amniotico materia ormai da tempo differenziata e codificata.

La materia del classic rock, vogliamo intendere, qui di nuovo infusa – purtroppo in tre soli “brevi” episodi, registrati in Galles lo scorso agosto, presso i Monnow Valley Studios – in una nuova singolare ed aggiornata emulsione, ghiacciata e al contempo ribollente, com’è tipico di questo pirotecnico e digressivo terzetto norvegese, di stanza a Trondheim.

Una formula, la loro, sempre intrisa di svariate reminescenze, capace in primis di accordare gli scolpiti e “arrabbiati” riff dell’hard rock con gli articolati sviluppi propulsivi del rock progressivo (anche di matrice più folk), grazie anche alle incalzanti poliritmie dell’ancor nuovo batterista Tomas Järmyr (ma non solo: a restare in agguato sono divertissement di più “leggera” memoria beatlesiana oppure echi di più abbandonate cadenze psichedeliche).

Un’avvincente pasta sonora, tanto aerea quanto poderosa, dal carattere ormai inconfondibile, nonostante la proverbiale duttilità della band, sulla quale aleggiano, come di consueto, le voci allucinate, quasi ammonitorie, di invece spettrale e diafana impronta californiana, dei due valorosi fondatori: il sontuoso chitarrrista Hans Magnus Ryan e il “pleistocenico” bassista Bent Sæther.

Dalle angosciose riflessioni sull’odierna precipitevole Babele del precedente The Tower alla forse allarmata prefigurazione di nuove imminenti catastrofi, dalle quali poi ovviamente risorgere, come da un limaccioso prolifico gran calderone. Da non perdere. Marco Maiocco

Dischi

L’inesorabile trascorrere del tempo

Michael Chapman

“True North”

Paradise of Bachelors, 2019

Ad accompagnare Michael Chapman – intenso trovatore britannico, con l’animo sempre rivolto oltre l’impetuosa insistenza delle onde atlantiche – in quest’ultimo ombroso, crepuscolare e però elegiaco lavoro (tanto spettrale, quanto poetico), attraversato da una sorta di mistico fatalismo, intriso di una malinconia profonda per l’inesorabile trascorrere del tempo (It’s Too Late, recita il titolo del brano d’apertura), con la sua cieca crudeltà, alternata invece alle sue dolci delizie (Chapman ha d’altronde compiuto da poco i suoi primi 78 anni), ci pensano il discepolo e produttore Steve Gunn (valoroso responsabile in questi anni della sua riscoperta), dedito ai puntuali contrappunti chitarristici, la dimenticata diafana vocalist Bridget St John, la violoncellista Sarah Smout, e poi una leggenda della pedal steel come BJ Cole (con le sue plastiche e misurate didascalie sonore), tutti impegnati in una delicata opera di sottrazione, ad elaborare un profondo e sedimentale minimalismo sonoro, cristallizzato in suono insonne, placidamente arrovellato, dagli evocativi e immaginifici risvolti noir, tanto fluente, scorrevole, quanto autorevolmente scolpito. Un album registrato nel boschivo e rurale Galles occidentale, presso i Mwnci Studios, grazie anche al contributo dell’ingegnere del suono Jimmy Robertson (già collaboratore di gruppi come Depeche Mode e Arctic Monkeys), il cui il titolo, True North, intende rievocare proprio una sorta di idilliaco e perduto paesaggio della memoria, identificabile con la sospirata regione della Cumbria, nell’Inghilterra settentrionale, non lontano dal confine scozzese, territorio nel quale Chapman, originario di Leeds, è nato e cresciuto. Anche se è vero, per la verità, che i due sognanti ed inediti strumentali di questa nuova raccolta rimandano singolarmente ad altri luoghi, certo più “australi”: alle coralline Bahamas, per quanto riguarda Eleuthera (un’isola delle vacanze per Chapman), e sulla polverosa linea di confine tra Texas e Louisiana, nel caso di Caddo Lake. Tra i riferimenti musicali, invece, di questo quasi ottantenne, in gioventù anche professore di fotografia in un college di Bolton (la foto in copertina risale proprio a quel periodo), e del suo riflessivo, anche visuale e immaginifico, folk progressivo e sperimentale, la musica di chi non ti aspetti, ovverosia quella rarefatta, euristica, “sussurrata” e priva di concreti riferimenti ritmici (proprio come nel caso di Chapman) delle formazioni drumless del sassofonista e clarinettista Jimmy Giuffre e del suo colto, cameristico, west coast jazz. Pregevole. Marco Maiocco

Dischi

Per una nuova Arcadia

Leonardo Radicchi Arcadia Trio

“Don’t Call It Justice”

Alfa Music, 2019

Secondo Leonardo Radicchi, talentuoso sassofonista (tenore e soprano di più fredda impronta coltraneiana) di origini toscane, formatosi al Berklee College of Music di Boston, “La musica ha il dovere di contribuire, anche se in minima parte, alla massa critica che ci permette ogni giorno di essere umani: il mondo è un posto complesso, ci serve una musica in grado di raccontarlo”. D’altronde, sulla scorta del motto di Albert Camus – La bellezza senza dubbio non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di bellezza -, Radicchi non è solo un ottimo musicista, dal suono intriso di limpido e fervido nitore, ma anche un valoroso operatore e “attore” sociale, già collaboratore di Emergency nell’ambito dei progetti Ebola (in Sierra Leone) e War Surgery (in Afghanistan), da diversi anni impegnato in un centro per richiedenti asilo della Toscana (un’esperienza che ha saputo raccontare nel libro “In fuga”, pubblicato nel 2016 da Rupe Mutevole Edizioni, nella collana Letteratura di Confine). La luminosa musica acustica di Radicchi, insomma, propriamente jazzistica, nel senso di nervosa, svisata, profonda (perché stratigrafica e sedimentale), resiliente, vivacemente ritmica e scintillante, qui intessuta e sviluppata anche grazie allo smagliante contributo degli impeccabili Ferdinando Romano al contrabbasso e Giovanni Paolo Liguori alla batteria (oltre che, a tratti, di Marco Colonna al magico clarinetto basso, e del blasonato Robin Eubanks al trombone), vuole prima di tutto essere portatrice di un chiaro intento politico. A partire dal titolo di quest’ultimo album (registrato splendidamente a Firenze presso la Sala del Rosso e poi masterizzato nel non lontano White Sound Mastering Studio) Don’t Call It Justice, a “cantare” chiaro e forte che una legge non fa giustizia, quando rende illegale un essere umano; o da altre significative intestazioni (Necessary Illusions – omaggio al filosofo statunitense Noam Chomsky, Our Anger Is Full Of Joy, Child Song – dedicata a tutti quei bambini costretti a diventare adulti in fretta oppure a non diventarlo mai, Utopia – A song for Gino Strada, Stop Selling Lies, Peace). Per una nuova Arcadia, ideale (mitica) terra dell’armonia. Bravi. Marco Maiocco

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Recessione tecnica

A dicembre, dice oggi L’ISTAT, meno 5% di produzione industriale (rispetto al dicembre precedente); un dato oltremodo negativo che fa il paio con le previsioni di crescita per il 2019: secondo tutte le stime, a dispetto invece degli ottimismi di governo, intorno allo 0,2 % o poco più, altro che 0,8 o addirittura 1 % e passa.

Il Paese è ormai in quella che gli economisti chiamano recessione tecnica (di nuovo, ci viene da aggiungere, perché è sempre tempo crisi: fa troppo comodo), anche in considerazione di una complessiva, pericolosa (per le tante frizioni politiche a livello internazionale), gelata congiunturale, come qualche brillantone l’ha definita nelle settimane scorse.

(Quando poi capiremo che questo dato non può che avere un carattere sostanzialmente strutturale, molto difficile da ribaltare alle condizioni date, avremo senz’altro compiuto un significativo passo in avanti.)

Produzione industriale, che da decenni, dicono i padroni (tutti: imprenditori, politici, banchieri, economisti, osservatori, etc, etc), chiamiamoli, anche provocatoriamente, con il loro nome, rimane uno degli eterni talloni d’Achille del Paese; ecco perché i salari italiani (secondo questi cavalieri del lavoro) restano in media così bassi, mai in linea con l’inflazione reale (ancora drammaticamente molto alta, dopo l’entrata in vigore dell’Euro), più che con quella nominale (sulla carta effettivamente bassa o sotto controllo); ed ecco perché quei salari finiranno (spesso e volentieri) per equivalere o coincidere con gli importi previsti ed elargiti dal famoso – per i tanti benpensanti ignominioso – Reddito di Cittadinanza (misura che va certamente nella direzione giusta, dal minimo, veramente ristretto, e sacrosanto intento redistributivo – e quindi dal carattere espansivo, i soloni se ne facciano una ragione, anche se è vero che in Finanziaria mancano gli investimenti e si prevede di fare deficit, ancorando il tutto alle famigerate clausole di salvaguardia dell’IVA, in mancanza di nuove entrate da parte dello Stato -, la cui realizzazione sta però configurandosi, anche a causa di molti condizionamenti, ma certo non solo, in modo pressoché obbrobrioso, sostanzialmente inaccettabile).

Padroni che i soldi (in un Paese dal terzo debito pubblico del mondo – 2400 miliardi: un colossale macigno – e che all’opposto stima ancora uno dei risparmi privati più alti – si dice ormai quasi 5000 miliardi) se li tengono sempre, non investendo, non innovando, mai rischiando realmente di proprio conto, e soprattutto sottopagando, sfruttando, svilendo, il lavoro altrui.

Ma al netto di tutte queste fin troppo rapide (forse distratte) considerazioni e delle molte altre che si potrebbero sviluppare, quando poi capiremo che è ottuso (se non criminale) continuare a parlare di crescita in un mondo che non ci sopporta più (l’economia della Terra è probabilmente sette volte quella che dovrebbe essere, per potersi definire sostenibile), saremo già tutti passati a miglior vita (come specie intendiamo), oppure su Marte a contenderci il poco spazio in qualche serra idroponica, magari impiantata sotto terra, nei pressi di qualche oscura calotta polare.

Il fatto è che chi la ferma questa locomotiva in corsa, che sfreccia, accumula, brucia, dilapida, specula in privato e scarica sulla collettività, da più di 500 anni ? Marco Maiocco

 

 

Dischi

Il blues rock del sopravvissuto

Walter Trout

“Survivor Blues”

Mascot Label Group/Provogue, 2019

Quest’ultimo pregevole, intenso, magmatico, album del guitarist Walter Trout, scatenato e autorevole blues rocker del New Jersey, sopravvissuto (qualche tempo fa ormai) ad un delicato trapianto di fegato, dalla vicenda artistica intrisa di collaborazioni illustri (John Lee Hooker, i tardi Canned Heat, i riformati Bluesbreakers del mentore John Mayall, la cui impronta non smette di caratterizzare le infinite scorribande elettriche di Trout), pare nasca dalla noia di ascoltare in radio le solite covers di brani blues ormai troppo scontati, come i celebrati standards urbani di Muddy Waters o Willie Dixon (meglio rispolverare le note di un dimenticato Sunnyland Slim, figlio del Delta, ma anch’egli chicagoano d’adozione: sempre molto attuale la sua Be Careful How You Vote).

Trout è andato alla ricerca di tracce più o meno minori ad opera di artisti noti o meno conosciuti, finendo per raccogliere una cinquantina di sulfuree composizioni, da cui ha poi estrapolato le dodici corpose blues ballad, che costituiscono questo trascinante album all’antica (per così dire), se non altro per la sua digressiva (oltremodo suonata) ora e passa di abbandonata musica, realizzato a Los Angeles, città nella quale WT vive dagli anni settanta, nello studio di Robbie Krieger, con l’aiuto di un ristretto valoroso team – comprendente Johnny Griparic (basso), Michael Leisure (batteria) e Skip Edwards (tastiere) -, sostenuto dalla produzione accorta dell’esperto Eric Corne.

Il risultato così ottenuto, come sempre in bilico tra Bluesbreakers e Double Trouble, appare del tutto soddisfacente, a partire, per esempio, dalla splendida, quasi programmatica, traccia d’apertura Me, My Guitar and The Blues, espressivo slow blues sofferto e “ripiegato” (non certo tipico di un incipit) di Jimmy Dawkins, contraddistinto da un conclusivo climax ascendente dalla sorprendente, straripante drammaticità; o dalla ripresa di Nature’s Disappearing, traccia ecologista, del tutto in anticipo sui tempi, di John Mayall, dall’album Usa Union del 1970; o ancora dalla rivisitazione di brani di Hound Dog Taylor (la swingante Sadie), del sempre sornione e graffiante Mississippi Fred McDowell (Going Down To The River), del maestro B.B. King (l’energica, gridata, qui come suonata dall’Eric Clapton dei giorni migliori, Please Love Me), e dell’ormai cinematografico (grazie a Wim Wenders) JB Lenoir (la conclusiva, qui in singolare veste hendrixiana, God’s Word), ma ovviamente non solo. Un convincente, scapicollato ritorno. Marco Maiocco