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Skolstrejk För Klimatet

Skolstrejk För Klimatet

Tramite una circoscritta analisi al computer basata sugli ultimi 3 milioni di anni della storia climatica della Terra, è notizia di pochi giorni, un gruppo di scienziati del Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung, conferma tutte le problematiche relative alla presenza dei gas serra nella nostra atmosfera rispetto a tempi più o meno “recenti” (in rapporto, appunto, ai profondi tempi geologici). Nello specifico, secondo la simulazione, la quantità di CO2 nell’atmosfera oggi è la più alta tra quelle che si è potuto riscontrare  negli ultimi 3 milioni di anni.

Siamo sempre accanto, ammirati e commossi, alla fragile tenace propositiva azione della giovane Greta Thundberg, la quale, in modo genuino, pulito, aperto, sincero (continuiamo a non avere la sensazione che sia uno strumento nelle mani di qualcuno), e poi serio, rigoroso, angosciato, arrabbiato, continua a ripetere (non cedendo alle lusinghe provenienti dalle tante attenzioni ricevute, che non la stanno portando a nulla di concreto, e con ogni probabilità a nulla di concreto la porteranno) che alla sua età non dovrebbe occuparsi di clima ma studiare, solo che è inutile studiare se alla sua generazione viene negato il futuro; che tocca a tutti noi salvare il mondo oppure decidere definitivamente di distruggerlo; che dobbiamo cambiare tutto, perché cambierà tutto comunque, e però in peggio; e che la crescita infinita, costantemente presente nelle agende politiche di tutto il mondo, sempre legata a indiscriminati aumenti della produzione e dei consumi, è ormai un ottuso assurdo anacronismo, perché ormai non c’è più tempo. Marco Maiocco

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Una questione di bilancio

Non vorremmo sbagliare, ci esprimiamo in punta di piedi, ma la sensazione è che la strumentalizzazione mediatica e politica sia ormai arrivata a punti estremi, parossistici, insopportabili. Tutto è costruito ad “arte”, perché i cittadini non possano informarsi, capire alcunché di quel che gli accade attorno. Si vive eternamente immersi nel caos, in una rumorosa bolla mediatica, vero e proprio magmatico indecifrabile wall of sound, appositamente costruito perché nessuno informi nessuno, e ognuno strumentalizzi a proprio agio quel che vuole: non si sa davvero più di chi fidarsi.

Ci chiediamo tutti i giorni chi siano i 5 Stelle, non lo abbiamo ancora capito, ma purtroppo conosciamo tutti gli altri, che sono la causa nefasta, purtroppo non dormiente, dell’avvento (fausto o infausto) del movimento pentastellato in un Paese del tutto allo sbando (non da oggi), al cui interno nessuno può permettersi di fare la morale a nessuno (una vera rivoluzione morale in Italia è stata letteralmente uccisa nella culla oltre quarant’anni fa, oggi l’unica soluzione possibile è probabilmente quella di fare da sé, autorganizzarsi, in mutua permanente cooperazione insubordinata con tutti coloro che condividono le medesime consapevolezze).

Quel che si intuisce nella intercettazione di Virginia Raggi (antipatica, certo, perché lei si esprime da Capo, perentoriamente, da una posizione di forza, anche se in fondo civilmente – si è visto e sentito di peggio), pubblicata ieri da L’Espresso on line, diretto (almeno nella sua parte cartacea) da una delle poche persone che nel mondo dell’informazione istituzionale stimiamo ancora, è che lei abbia preteso dall’ex AD di Ama la pubblicazione di un bilancio veritiero, corrispondente alla realtà (perché non è che un bilancio al passivo possa considerarsi un buon biglietto da visita per eventuali, sotterranei, progetti di privatizzazione di una municipalizzata, come qualcuno paventava stamattina).

In sostanza, se la città nuota nella “merda” (parola della sindaca), tu non ti puoi permettere di pubblicare un bilancio in attivo, grazie all’irricevibile (in primis per i componenti della Giunta) escamotage dei crediti per i servizi cimiteriali (così l’abbiamo capita), in modo che tu e i tuoi dirigenti possiate poi usufruire di conseguenti bonus e prebende, con il Comune che magari nel frattempo si ritrova costretto ad aumentare la tassa sulla spazzatura. Questo, ci pare, il ragionamento della sindaca Raggi, alla quale, a partire da questa tanto vituperata intercettazione, e secondo questa nostra interpretzione, non sentiamo di dare torto, pur continuando lei in generale a convincerci e non convincerci.

Quanto al nuovo pacioso volto della “sinistra” italiana, che di fronte all’ennesimo caso Raggi sembra strofinarsi beatamente le mani, l’attuale sorridente Presidente della Regione Lazio, crediamo che abbia anch’egli delle non trascurabili responsabilità, in merito alla gestione e allo smaltimento dei rifiuti.

Invitiamo tutti ad informarsi (è un argomento che noi purtroppo non conosciamo a sufficienza) su quali siano i doveri, le competenze, le responsabilità, di Comune e Regione (per lo meno a Roma e nel Lazio) in merito a questa delicata faticosa questione, che in buona parte si risolverebbe con l’introduzione generalizzata del porta a porta ed il compiuto definitivo passaggio ad una moderna sostenibile economia circolare. Abbiamo la sensazione che le colpe potrebbero tranquillamente distribuirsi equamente. Ma, come detto all’inizio, magari stiamo sbagliando. Marco Maiocco

Dischi

In onore di un santo ‘straniero’ venuto dal mare

Mauro Palmas

Palma de Sols

Squilibri, 2018

Quest’ultimo suggestivo e coinvolgente disco, pubblicato sul finire dello scorso anno, del cagliaritano, maestro suonatore di corde Mauro Palmas, storico collaboratore di Elena Ledda (ma non solo), intende musicare un racconto (o se non altro da questo partire), i cui protagonisti, Antoni e Adrià, assieme al timoniere Juan Edmond Ravel e al giovane mozzo Mohamed, sono in viaggio per mare da ponente a oriente (proprio come ancora oggi ci si posiziona entrando in una qualsiasi chiesa), dalla Catalogna verso Palma de Sols, così come era stata ribattezzata l’isola sarda di Sant’Antioco, nell’odierno Sulcis, dai catalano-aragonesi, quando nella prima metà del ‘300 decisero di invadere la Sardegna.

Nell’isola, secondo il racconto scritto per l’occasione da Maria Gabriela Ledda, si sono dati convegno i più grandi suonatori del mondo per una competizione senza eguali in onore di Sant’Antioco (oggi Patrono della Sardegna), medico e martire esiliato sull’Isola sarda, condannato al lavoro forzato nelle miniere di piombo: colui che riesce a far comparire un sorriso sul volto della statua lignea del santo viene nominato protettore dell’isola e a lui viene riconosciuto “lo strabiliante potere di cancellare la tristezza”.

Una tenzone collettiva, dunque, in onore di un santo ‘straniero’ venuto dal mare, dato che Sant’Antioco era nato tra Marocco e Algeria in epoca romana, ai tempi dell’imperatore Adriano, a indicare la capacità di unire vita e destini tanto del mare quanto della musica (linguaggio universale), a dispetto di ogni malriposta idea di identità, fondata su una malintesa concezione di appartenenza etnica ed esclusivo privilegiato radicamento territoriale.

Le ammalianti note di Mauro Palmas, distillate come sempre dai suoni magici dei suoi strumenti melodici e armonici (mandola, mandoloncello, liuto cantabile, mandoloncello fretless), vi appaiono (come al solito) incredibilmente limpide e luminose (come trasparente acqua di fonte), e però anche ombrose e scure (forse “bluesy” in questo senso), quindi sia ariosamente danzanti o saltellanti che intimamente riflessive, meditabonde, ma in ogni modo sempre avvolgenti e liricamente visionarie (probabilmente profetiche).

In epigrafe a questo suo ultimo Palma de Sols, Palmas ha indicato a chi abbia in primis dedicato queste sue note: “[…] a chi dal mare ha saputo trarre ricchezza, a quanti al mare affidano la propria vita e le proprie speranze: ai tanti che ce la fanno, ai troppi che vedono il proprio sogno frantumarsi tra le onde”.

Palma de Sols, spiega Palmas, altro non è che l’antico nome catalano dato all’Isola di Sant’Antioco (Patrono della Sardegna) o Isola di Sulki (come in altro modo la chiamavano i catalano aragonesi), località della Sardegna sud occidentale, situata nell’odierno Sulcis Iglesiente (quarta isola d’Italia per estensione), in cui sbarcarono i catalani quando (appunto) decisero di invadere la Sardegna.

Da quel luogo intriso di storia e memorie è nata l’idea di questo disco e del poetico racconto ad esso correlato (rintracciabile nelle note di copertina e recitato da Simonetta Soro nel brano finale, descrittivo della vorticosa estatica competizione tra i suonatori nella piazza in festa, per celebrare il santo), storia di una sorta di viaggio su un veliero d’altri tempi, compiuto da marinai musicisti di diversa estrazione e provenienza, che finiscono per influenzarsi a vicenda, contaminare e mescolare le loro rispettive arti e conoscenze: un corso, un catalano e un arabo, che come d’incanto si ritrovano a creare una nuova musica “bastarda” e meticcia in un villaggio in festa.

La registrazione dell’album è stata essa stessa un viaggio, dal momento che Palmas ha deciso di incontrare in loco molti dei tanti musicisti che con sentito entusiasmo hanno aderito al progetto, piuttosto che convocarli tutti per una complicata (forse più fredda in questo caso) seduta di registrazione in studio.

Oltre a Palmas, nel disco, perfetta espressione di un profondo, melodico, cantabile, composito, originale, sperimentale, folk mediato progressivo, sorta di laboratorio sonoro del Mediterraneo, si possono ascoltare: l’emozionante ed emozionata Simonetta Soro (voce); i collaboratori di sempre (con Elena Ledda soprattutto) Marcello Peghin (chitarra a 10 corde), Silvano Lobina (basso) e Andrea Ruggeri (batteria e percussioni); l’ottimo, se non superlativo, Marco Argiolas (clarinetto, clarinetto basso); il concertante Alessandro Foresti (organo); David Brutti (piccolo corno e sax soprano); Pierpaolo Vacca (organetto); Alessandro Aresu (chitarra elettrica); il lirico e scenografico Fabio Rinaudo (uilleann pipes, musette, whistle); l’iraniano Pejman Tadayon (ney, setar); l’elettronico e sperimentale Francesco Medda aka “Arrogalla” (elettronics, dub); e l’armonioso Archaea String Quartet, composto da Mauro Fabbrucci (violino), Vieri Bugli (violino), Marcello Puliti (viola) e Damiano Puliti (violoncello).

“Non ho mai pensato – ha dichiarato Palmas – di riconoscere il vento dalla sua direzione, mi hanno insegnato ad accorgermi del maestrale a partire dal colore del cielo e dalla limpidezza del mare”: un modo per sottolineare come Palmas proceda sempre per visioni, suggestioni cinematiche, che devono avere un senso, custodire al proprio interno una sorta di continuità narrativa, essere funzionali, fondamentali punti di partenza per una musica ed un’arte che non possono che compiersi nella realizzazione di un umanistico messaggio.

“In questo nuovo disco mi sono immaginato uno sbarco su un’isola piena di storia. Come dicevo, i catalano-aragonesi hanno iniziato a conquistare la Sardegna partendo dal sud, entrando proprio da Palma de Sols, che diventerà Sant’Antioco per devozione al profugo santo venuto dal nord Africa. La prima battaglia importante di quella campagna di conquista si è svolta ad Iglesias, ai cui abitanti resistenti fu addirittura concesso l’onore delle armi, perché arresisi solo per la fame, non per essere stati battuti. Tutto questo territorio pieno di storia, mi ha portato ad immaginare un’aperta dimensione del viaggio, al cui interno molte delle linee musicali del Mediterraneo (di cui Palmas è figlio, proprio come in primis lo è della Sardegna, ndt) potessero armoniosamente confluire, per mescolarsi e completarsi vicendevolmente.”

In un lavoro prevalentemente strumentale ed acustico, in cui ogni brano fa esplicito riferimento all’agire di un vento (Est, per esempio, in riferimento alla direzione verso cui sono rivolte le chiese e dalla quale sorge il sole, oppure Éspero, vento di ponente, che soffia dalla Spagna verso la Sardegna), l’unico brano cantato dell’album, Gozos San Antìogo, caratterizzato (non a caso) da una ricercata metrica medioevale, è affidato alla suadente voce di Simonetta Soro.

“Con lei – precisa Palmas – abbiamo fatto un lungo studio sulle Cantìgas de Santa Maria”, l’ormai noto vasto corpus di composizioni popolari di prevalente derivazione spagnola, dedicate, come usava soprattutto in epoca medioevale, alla Vergine Maria. “I gozos (o gotzos oppure gòccius, parole derivate dal catalano goigs e dal castigliano gòsos, ndr) sono canti devozionali paraliturgici dedicati ai Santi e alla Madonna. In Sardegna, data la pluricentenaria dominazione ed influenza spagnola, ci sono tantissimi gozos in lingua castigliana (tra cui quello qui recuperato in onore di Sant’Antioco, ndt), circa l’80% del repertorio.”

Nel brano si possono riconoscere i suoni del setar (antico liuto persiano) e del ney (flauto anch’esso di origine persiana), utilizzati da Pejman Tadayon, a rappresentare la storica ampiezza degli intrecci culturali che hanno letteralmente intessuto le ondivaghe acque del “grande mare”, dell’organo lieve e altisonante di Alessandro Foresti, registrato in piena notte nella chiesa di San Maurizio, a Breno, in val Camonica, e del piccolo corno dal suono naturale (e tuttavia anche personale) di David Brutti, a dialogo con le sonorità prodotte dalla batteria di Andrea Ruggeri e dal liuto cantabile dello stesso Palmas. Una meraviglia. Marco Maiocco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dischi

Sotto uno scalcinato portico

Todd Snider

“Cash Cabin Sessions, Vol. 3”

Aimless Records/Thirty Tigers, 2019

Accantonata (per il momento) l’esperienza girovaga con i deadiani Hard Working Americans, Todd Snider, sorta di hippie ramingo dalla solida etica del lavoro, torna ad un disco solista, prevalentemente voce, chitarra e armonica, salvo (per esempio) la partecipazione di alcuni ospiti di pregio o maggior lustro come Jason Isbell e l’amica violinista e vocalist Amanda Shires.

Uno Snider che si ripropone con il suo solito stile, essenziale, abbandonato, calcolatamente estemporaneo (da bootleg artefatto), se non sciatto e indolente, ma questa volta decisamente più curato del consueto, forse grazie alla produzione, in quel di Nashville, dell’avveduto John Carter Cash, l’unico figlio della celebre coppia del country Johnny Cash e June Carter, che comunque riesce a fare sentire l’ascoltatore, proprio come da copertina, sotto uno scalcinato e decadente portico a contemplare disincantato la realtà.

Un album raccolto, intessuto di scarne ballate agrodolci, in fondo più liriche che aspre (si ascoltino solo che l’iniziale Working On A Song e Framed), costruite sulle evocative e comunicative corde della chitarra di Snider, il cui stile asciutto e preciso non manca di lasciare il segno.

Un lavoro sprofondato nella cultura popolare americana, intriso di folk delle origini, country, talking blues dal tagliente e satirico sguardo critico, e di molteplici, tutelari e suggestivi rimandi (da Woody Guthrie a Bob Dylan, da Ramblin’ Jack Elliott a Johnny Cash, sino al fidato – per lo stesso Cash – e forse dimenticato Cowboy Jack Clement, songwriter e fondamentale produttore e talent scout alla storica Sun Records del geniale Sam Phillips). Testimonianza. Marco Maiocco

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Tempi oscuri

Sono molti anni ormai (potrebbero già essere una quindicina purtroppo) che abbiamo come la sensazione di vivere in una sorta di “Repubblica” Galattica, più o meno inconsapevolmente alla fine della propria millenaria luminosa esistenza (la forza morale e premonitrice dei saggi Jedi si è nel tempo, a loro stessa insaputa, indebolita), alle prese con le indecifrabili e sotterranee macchinazioni di un oscuro cancelliere, tenebroso signore dei Sith, pronto a diventare plenipotenziario Imperatore alla prima occasione, ponendo così fine, sulla scorta dell’antica “lezione” romana, alle nobili prerogative del Senato e alla distribuzione democratica dei poteri, delle competenze e delle responsabilità.

Pensiamo all’inquietante questione Assange (sulla quale nessuno dice la verità e non pretendiamo certo di conoscerla noi), estratto a forza ieri a Londra, in condizioni che ci sono parse a dir poco precarie, dall’ambasciata ecuadoriana della capitale britannica. Cosa ne è stato di lui in tutti questi anni ? Cosa ne sarà ? Da quel poco che ne sappiamo, le odiose (pretestuose ?) accuse mossegli contro, che avrebbero dovuto condurlo sotto processo in Svezia, sono state archiviate già due anni fa. Oggi i britannici lo avrebbero fermato, dopo il via libera del nuovo governo ecuadoriano (che da tempo non lo aveva in simpatia), solo per violazione della libertà condizionata, ottenuta su cauzione nell’ormai lontano 2012, quando invece di presentarsi davanti al giudice stabilito finì per rifugiarsi presso l’ambasciata (allora sicura) del paese latino americano. L’intenzione è forse quella di estradarlo negli Stati Uniti, per magari farlo finire in una qualche Guantanamo o peggio ? Qualcuno si ricorda solo che del famoso video di Wikileaks, in cui elicotteri Apache americani sparavano direttamente e impunemente su civili e giornalisti inermi in Iraq ?

Ma torniamo alle cose di “casa nostra”. Tra i molti dati interessanti, pubblicati ieri nell’annuale rapporto ISTAT “Noi Italia”, ne compare uno che ci sembra significativo (per altro non nuovo). In un paese (questo lo ricordiamo noi) in crisi economica da molti anni, oggi nuovamente in recessione (per lo meno tecnica), nel quale una piccola percentuale di privilegiati detiene ben oltre la metà della ricchezza complessiva, la spesa annua delle famiglie italiane, destinata a consumi culturali, si attesterebbe al 6,7 %, quasi due punti in meno rispetto alla media UE: ci pare obiettivamente un po’ poco.

Per carità, la storia siamo noi, così come siamo noi la cultura, che è consustanziale al nostro stesso esistere, di questo siamo ormai pienamente convinti, ma insomma leggersi un libro in più o farsi un giro a teatro ogni tanto certo non guasterebbe, aiuterebbe senz’altro il discernimento, esercitando per altro le nostre considerevoli sottoutilizzate capacità empatiche (ma noi stessi, ci rendiamo conto, siamo i primi a non riuscirci a sufficienza).

E invece, a parte un bonus qui e uno lì (magari a chi non ne aveva bisogno), questo paese ha sostanzialmente smesso di investire in formazione, di pensare che sia meglio avere a che fare con un’ampia cittadinanza attiva (e quindi anche realmente più produttiva), informata e consapevole, piuttosto che con masse di persone prive di strumenti, spesso diseredate, facilmente manipolabili, pronte ad essere strumentalizzate ad ogni utile occasione.

Ma con l’andare del tempo, quanto meno crediamo o speriamo, considerato il mondo complesso, sempre più interconnesso, caotico e indecifrabile, nel quale stiamo vivendo, questo modo superficiale, miope, scarsamente avveduto, di procedere non potrà che portarci ad una generale disfatta.

Da qualche tempo è ormai di moda (e in parte per fortuna: anche la politica ogni tanto è costretta a fare i conti con la realtà – veniamo d’altronde da dodici anni di crisi economica) parlare di periferie, dello stato strutturalmente degradato delle nostre periferie, sulle quali occorrerebbe intervenire (ma non avverrà, siatene certi, salvo in pochi virtuosi casi, magari proprio grazie ad una mobilitata partecipazione dal basso) con una serie ampia, articolata, integrata, di piani di riqualificazione (parola assai pericolosa, perché in questo senso le borghesi, “civilizzatrici”, con ogni probabilità di nuovo emarginatrici, gentrificazioni rischiano di essere sempre dietro l’angolo).

Ma invece di parlare di periferie, ogni volta come se apparissero e scomparissero dal nulla (generate da chissà quale imperscrutabile nebulosa), bisognerebbe ragionare apertamente, senza ipocrisie, di stratificazioni sociali, diseguaglianze, sperequazioni sempre più insopportabili.

In un paese dove da sessant’anni non si costruiscono case popolari (dobbiamo tornare indietro all’edilizia residenziale pubblica di Fanfani), e quelle che potrebbero essere disponibili spesso non vengono assegnate, rimanendo così vergognosamente vuote in aeternum, perché magari considerate inabitabili, vuoi per mancata manutenzione o per qualche, sempre presente, cavillo burocratico (ma stiamo dicendo le cose molto a spanne), se un appartamento improvvisamente si libera e sono in cento ad averne diritto, o magari a credere di averne diritto (per chissà quale unzione poi – quella etnica stiamo purtroppo imparando), ecco che a scatenarsi è immediatamente (e forse inevitabilmente) la miserabile solita guerra fra poveri, ancora più odiosa e incivile, ma per il paese che la ospita e forse consente, mica per i suoi inavvertiti impreparati attori, quando meschinamente strumentalizzata da pericolose forze antidemocratiche e infarcita di (potenzialmente incendiario) pregiudizio razziale.

Stiamo arrivando al punto, complice lo sciagurato (forse criminale) operato di uno dei due partiti al governo (se non di entrambi – la fotografia in questo senso continua ad essere sfocata), di teorizzare che, nell’ambito della medesima cittadinanza, i diritti non dovrebbero essere riconosciuti come universali, ma di volta in volta accessibili solo a certe etnie o magari categorie e non invece ad altre.

A questo punto, lo evidenziamo addirittura in grassetto, se esistesse ancora una sinistra degna di questo nome, ci auspicheremmo che invece di insistere, per l’ennesima volta in questi anni, sulla più “comoda”, perché in fondo sostituiva, e molto liberal politica identitaria, che (per quanto rispettabile, ci mancherebbe) ha secondo noi (detta male) fatto ormai il suo tempo, proponesse né più né meno, un po’ come si faceva una volta, tornando finalmente all’antico (vi ricordate ?), di tassare come si deve i super ricchi, in modo da poter costruire nuove case popolari e magari finanziare asili nido e quant’altro (solo che Jeremy Corbin, in questo senso, docet).

Riallargando il campo, da giorni infuria nuovamente la “povera” guerra in Libia (ne siamo inorriditi), uno stato fantasma e fallito davanti alle nostre coste, eternamente diviso in due macroregioni (ma la questione è ovviamente molto più complessa e profonda), che solo il criminale di guerra Generale Graziani ha potuto pensare, per il proprio tornaconto, di unificare sotto il controllo di comuni istituzioni politiche (ma per carità, più che monarchi, dittatori, e tribali fazioni in guerra, lì non hanno visto negli ultimi ottant’anni).

In Libia oggi si riflettono le tensioni tra le grandi e medie potenze mondiali, quelle all’interno dell’esploso o imploso mondo arabo, e quelle (forse più insidiose) insite dentro l’Unione Europea (prossima al collasso ?): un indecifrabile “guazzabuglio medioevale”, poco leggibile (secondo noi) persino a molti degli attori in scena (come sempre, probabilmente, in casi come questo), tra piani sfalsati, plurimi interessi incrociati, continui doppio giochi: un porto notoriamente sicuro, come direbbe qualcuno.

Di fronte a tutto questo, la principale preoccupazione dei nostri politici (o di molti di loro), subito rassicurati dalle belligeranti forze in campo (quelle di Tripoli soprattutto, sulla carta riconosciute dalla comunità internazionale), oltre a quella relativa all’approvvigionamento di gas naturale e petrolio (fortemente a rischio in queste condizioni di instabilità), sembra essere quella degli eventuali profughi di guerra che ne potrebbero derivare (perché quelli sì che non li puoi rimandare indietro), in aggiunta alla ignobile paura che tutti coloro che attualmente sono orribilmente detenuti nelle carceri lager libiche (controllate dalle autorità libiche, ricordiamolo, che siamo noi a finanziare e addestrare: non ci sono mascalzoni, imprendibili banditi, furfanti mascherati, violenti fuorilegge, oscuri trafficanti di uomini, come ci continuiamo a raccontare o continuano a raccontarci) trovino improvvisamente e “incresciosamente” la via della libertà e quindi del mare e dell’Italia (un esito da scongiurare, destabilizzante per i nostri equilibri politici e, come osserviamo ogni giorno, per la nostra precaria stabilità sociale), approfittando (lo si spera per loro) del momentaneo vuoto di potere.

E tutto perché noi si possa continuare, opportunamente anestetizzati, con le nostre partite di calcio e le nostre finte democrazie. Già, ma fino a quando ? Marco Maiocco

Dischi

La rinnovata ispirazione dei Son Volt

Son Volt

“Union”

Transmit Sound/Thirty Tigers, 2019

Il talentuoso vocalist, chitarrista e songwriter Jay Farrar, come è noto, è stato l’altra anima, quella forse più ancorata alle forme tradizionali, con il più inquieto Jeff Tweedy invece a ricoprire il ruolo scompaginante dell’innovatore, degli storici Uncle Tupelo, fondamentale band dell’Illinois, rigeneratrice, già sul finire degli anni ’80, in chiave alternativa e postmoderna, della folk music americana, secondo l’idea o la brillante intuizione che certe formule potessero essere riproposte come a partire da “inquadrature” differenti.

Da allora Farrar, prevalentemente per una questione di carattere (certo più schivo e solitario), ha un po’ vissuto all’ombra della vorticosa e scintillante vicenda Tweedy, che ovviamente ha poi raggiunto ancor più fama e notorietà con i suoi, anche loro ormai abbondantemente storicizzati, Wilco (ma non solo).

E però la parallela, forse più convenzionale, creatura di Farrar, veicolo decisamente più personale che non l’assieme (maggiormente sperimentale) Wilco per Tweedy, stiamo ovviamente parlando degli immediatamente contemporanei Son Volt, non ha certo mai mancato di fare la propria parte (pensiamo ad album come Straightaways oppure al sulfureo ribelle Okemah and The Melody Of Riot, opportunamente ristampato proprio di recente), espressione da sempre di un elegante classic folk rock di popolare, testimoniale, egualitaria e prevalente ispirazione guthrieana.

Quest’ultimo Union, amara e però non rassegnata riflessione sulle lacerazioni interne alla società americana, sfibrata (secondo Farrar) proprio al suo interno da un irresponsabile potere politico, sorta di malinconica angosciata fotografia dello Stato dell’Unione, vive paradossalmente di un ritrovato e genuino senso dell’agire, a partire proprio da un nuovo e convinto intento politico, e di una maggior coesione fra i componenti della band (le conferme Mark Spencer, a tastiere e steel guitar, e Andrew DuPlantis, al basso, più i nuovi arrivati, il chitarrista Chris Frame e il puntuale batterista Mark Patterson), che dal primo all’ultimo momento, magari tra singolari echi younghiani ed earleiani, si muove armoniosamente con regale controllo elettroacustico (si ascolti per esempio la plastica The Reason).

Inciso in buona parte con l’ausilio di uno studio mobile, presso il Woody Guthrie Center di Tulsa, Oklahoma, e al Mother Jones Museum di Mount Olive in Illinois (Mary Harris Jones, 1837 (?) – 1930, più nota come “Mother Jones”, fu una storica sindacalista e socialista di origine irlandese, tra i fondatori degli Industrial Workers of the World), l’album (elegiaco nella sua title track o nella conclusiva e commovente The Symbol, storia di un immigrato messicano, che ha contribuito alla ricostruzione di New Orleans dopo l’uragano Katrina, e che oggi invece si vede braccato e respinto dal nuovo divisivo ordine americano) sembra appellarsi anche a luoghi, simboli e personalità emblematiche (si pensi per esempio al richiamo diretto, in Broadsides, alla storica rivista del movimento folk del Greenwich Village nei gloriosi sixties), alla ricerca di una rinnovata connessione con l’ideale ispiratrice lezione di tempi andati, ma non perduti: un modo per rituffarsi nel grande fiume della tradizione, sicuri di poter trovare ancora risposte adeguate da contrapporre all’odio e alla confusione di questi tempi oscuri. Pregevole. Marco Maiocco

 

 

 

 

Dischi

Un melodico punk folk rock

McDermott’s 2 Hours

“Besieged”

On The Fiddle, 2019

Luminosi strumenti tradizionali – fiddle, whistles, flute, accordion – a contornare ariosamente un basso martellante, una batteria “pesante” e tempestose chitarre elettriche ed acustiche.

Questi gli ingredienti costitutivi dell’arrembante, combattivo, consapevole e al contempo lirico e melodico punk folk rock, intriso di cantabili agguerrite ballate (come nel caso di Erin Farewell o All In Your Name), di questa storica (e però poco conosciuta) band di origini irlandesi, formatasi a Brighton in Inghilterra negli stessi tempi, in cui i più ideologizzati (in specie rispetto ai Troubles) e poi blasonati Pogues cominciavano (anche loro) a far confluire gli schemi e le formule tradizionali in uno scatenato e dissacrante punk rock di protesta.

Una band, quella fondata nel 1986 dal leader, vocalist e chitarrista, nonché poeta e scrittore, Nick Burbridge, il quale ancora oggi (unico presente tra i fondatori) ne conduce autorevolmente le sorti, la cui moderna concezione di folk rock, più ancora dei più ruvidi Pogues e dei più levigati Waterboys, ha poi influenzato, soprattutto nell’utilizzo del fiddle (qui si ascolti proprio la title track, “assediato”), la vicenda di un’altra band di Brighton (anch’essa decisamente più celebre), ovverosia quella degli inglesi e democratici Levellers; tanto che alcuni dei suoi componenti, affiancati da elementi della più anziana e forse maggiormente fondativa (in termini di fusione tra folk e un modo più asciugato ed essenziale di concepire il rock) Oysterband, hanno preso parte alla realizzazione di questa registrazione, che purtroppo appare l’ultima dei McDermott’s 2 Hours, celebrativa di oltre trent’anni di onorata attività.

Splendido modo, qui nuovamente e ampiamente dispiegato, quello dei McDermott’s 2 Hours (dal nome di uno storico programma radiofonico in onda su Radio Free Derry ai tempi dei tumultuosi riots), di coniugare alla perfezione la scarna e realistica filosofia emancipatoria del minimale aggressivo punk, generatrice del fondamentale motto Do It Yourself, con i suoni più articolati avvolgenti e i caratteristici taumaturgici sviluppi melodici della tradizione, tipici del cosiddetto ceilidh, l’energico festoso modo di ritrovarsi degli irlandesi.

Una musica della diaspora, quella di Burbridge, mai priva del necessario propositivo entusiasmo, e però sempre pronta, attraverso i suoi empatici bozzetti, a raccontare la difficile vita migrante dell’assediato popolo irlandese, da oltre duecento anni costretto a lasciare i propri lidi, per vivere di struggimento e nostalgia lontano da casa, in condizioni quasi mai agevoli, alle prese con emarginazione e lavoro pesante. Notevole. Marco Maiocco

Dischi

Una magnifica ristampa

Shirley Collins

“The Sweet Primeroses” (Remastered)

Topic Records, 2019

Lo stile disadorno, essenziale, incantevole, di Shirley Collins, voce simbolo del folk revival inglese, straordinaria sintesi di forza e fragilità, sincera e rigorosa (pur se incredibilmente melodiosa) anche quando circondata da una band elettrica (pensiamo alla Albion Band di Ashley Hutchings), ha sempre custodito qualcosa di fresco, innovativo, meraviglioso, nonostante il suo impegnato immergersi nel vasto, profondo e “polveroso” repertorio tradizionale, tutto da riscoprire, valorizzare, tramandare, magari attraverso le moderne documentali registrazioni, che (grazie anche a lodevoli ristampe come questa) continuano a rappresentare un incessante punto di riferimento per le odierne generazioni di ricercatori, cantanti e interpreti.

“Mi piace che la musica sia semplice, appena abbellita: la performance asciugata dei tanti possibili (“pericolosi”, ndt) istrionismi o contorsionismi vocali ti consente di pensare realmente a quello che stai cercando di raccontare.”

Cresciuta nell’east Sussex, nell’Inghilterra meridionale orientale, Shirley Collins nasce nel 1935 da una famiglia semplice, che la instrada subito all’amore per la musica popolare: sono il nonno e la sorella della madre ad insegnare a lei e alla sorella più grande, Dolly, talentuosa organista e tastierista, un primo abbozzo di repertorio.

Saranno poi gli incontri, a partire dalla metà degli anni ’50, con Ewan MacColl (sorta di Pete Seeger britannico), Peter Kennedy e soprattutto Alan Lomax (ma non solo), con il quale Shirley visse a Londra per un certo periodo di tempo, che le consentiranno, grazie anche alla partecipazione attiva ad una serie di fondamentali ricerche sul campo, di arricchire le sue conoscenze e di maturare una maggiore consapevolezza delle proprie capacità.

Questo The Sweet Primeroses, inciso nel fondamentale (per la popular music) 1967, prodotto dall’allora marito John Marshall, oggi ristampato dalla Topic Records in occasione degli ottant’anni di attività, fu il suo primo disco per la storica etichetta nata in ambito socialista, dopo un primo EP (Heroes of Love) del 1963, per altro opportunamente ricompreso nell’odierna ristampa.

Un’ipnotica antologia, antica e moderna, in una parola senza tempo, di canzoni dell’Inghilterra meridionale, intessuta di titoli noti (e non), come Spencer The Rover (cavallo di battaglia di John Martyn), The Cruel Mother (imparata proprio da Ewan MacColl), The Babes in the Wood e The Sweet Primeroses (apprese invece dalla conterranea Copper Family, la prima storica famiglia della roots music inglese), The Rigs of The Time (che fu proprio Peter Kennedy a reperire nelle sue incessanti ricerche, e della quale, per esempio, i Bellowhead hanno poi fornito, molto tempo dopo, una sensazionale versione orchestrale), o ancora la commovente, celestiale ed iniziale All Things Are Quiet Silent, che tre anni dopo furono gli Steeleye Span a rendere immortale nel loro leggendario Hark! The Village Wait.

Ad accompagnare la Collins fu (tra gli altri) nell’occasione, purtroppo solo in alcune tracce, e per la prima volta, la sorella Dolly Collins, impegnata ad un piccolo inusuale organetto a canne portatile, riproduzione di uno strumento del 1689, dal suono magico e irreale, in perfetta simbiosi con le evoluzioni (primaverili e al contempo invernali, potremmo dire) della voce misteriosa e cordiale della sorella minore.

Pare che Shirley Collins poco prima di entrare in studio di registrazione fosse stata operata alle tonsille – lei che nel 1978 è stata poi davvero costretta a lasciare le scene per problemi alle corde vocali, fatto per fortuna salvo il suo recente insperato rientro -, ma anche a saperlo non lo si riesce a credere. Imperdibile. Marco Maiocco

Dischi

La soprano che non ti aspetti

Henryk Mikolaj Górecki

“Sinfonia n.3 – Symphony of Sorrowful Songs, op.36”

Performed by Beth Gibbons and The Polish National Radio Symphony Orchestra

Domino Recording, 2019

L’interminabile minimale canone per archi (che invece di dare l’illusione del movimento in avanti sembra piuttosto trascinare verso il basso, nelle più cavernose profondità della terra) del primo movimento della Sinfonia n. 3 per soprano e orchestra (opus 36) del compositore contemporaneo polacco Henryk Górecki (1933-2010) ci ricorda il lento, dolente, commovente, straziante, procedere del celebre Adagio per Archi dello statunitense Samuel Barber, che fu il nobile e ribelle Arturo Toscanini a dirigere per la prima volta a New York nel maggio del 1938.

La Sinfonia n. 3 di Gòrecki, conosciuta non a caso come La sinfonia dei canti lamentosi, si avventura sensibilmente, senza particolare enfasi o retorica, in territori drammatici e dolorosi, raccontando, anche in chiave pacifista e antimilitare, di figlie e figli strappati in giovane età alla vita e alle loro madri, a causa di forze brutali e violente.

Nel primo coinvolgente e compassionevole movimento, che si sviluppa per oltre metà dell’intera opera, è Maria a ritrovarsi di fronte alla croce, come in un classico Stabat Mater, a compiangere la morte del Figlio, sulle parole di un poema polacco del XV secolo, conosciuto come Il lamento della Croce Santa.

Nel secondo movimento, invece, ad essere al centro dell’attenzione sono le parole coraggiose di una breve preghiera scritta nel 1944 sul muro di una cella di un carcere nazista a Zakopane, in Polonia, da una prigioniera di 18 anni, Helena Wanda Blazusiakówna, che di lì a poco sarebbe scomparsa in un campo di internamento. Ecco le sue parole di incitamento e invocazione rivolte alla madre:

No, Mother, do not weep,
Most chaste Queen of Heaven
Help me always.
Hail Mary.

Nel terzo e conclusivo movimento, sulla scorta del racconto di una ballata tradizionale polacca, ci si ritrova di nuovo alle prese con una madre inconsolabile alla spasmodica ricerca del corpo del proprio figlio, ucciso probabilmente nel corso di una ribellione.

La Sinfonia n. 3 di Henryk Górecki, qui mirabilmente eseguita dall’Orchestra Sinfonica della Radio Nazionale Polacca diretta Krzysztof Penderecki (considerato il più grande compositore e direttore d’orchestra polacco vivente), è l’opera più nota di questo valoroso autore, per il quale è stato coniato il termine di minimalismo sacro, e la cui parabola artistica, indissolubilmente legata alla sua convinta e generosa fede cattolica, è stata senz’altro diretta espressione della storia e della cultura polacca.

L’opera, composta da Gòrecki nel 1976, ha cominciato ad avere un’ampia notorietà in Occidente, dopo l’inatteso successo riscosso dalla sua forse più robusta e distaccata, pur se rispettosa, esecuzione ad opera della London Sinfonietta diretta da David Zinman, con protagonista la voce levigata e potente della soprano statunitense Dawn Upshaw, pubblicata nel 1992 dall’etichetta Elektra-Nonesuch.

In questa intensa ipnotica registrazione, in un magnetico concerto tenuto il 29 novembre 2014 al National Opera Grand Theatre di Varsavia, è un’altra voce anglosassone a sostenere il peso dei tre lenti, addolorati, “tranquilli”, momenti cantabili previsti dalla scaletta (stiamo parlando di musica contemporanea, certo, ma del tutto “orecchiabile”, piacevole, alla portata dei più, forse proprio per la sua “semplice” essenzialità ritmico armonica, oltre che per i suoi contenuti, tutti da infondere e veicolare); quella inaspettata (da noi quanto meno) dell’ottima Beth Gibbons, la famosa vocalist dei Portishead, l’ormai storica band del trip pop inglese.

La Gibbons, probabilmente meno “educata” o forse solo più empatica e personale, riesce a sorprendere per bravura nell’interpretazione (oltre ovviamente che per il talento), perché letteralmente in grado di commuovere, di trasmettere tutte le sofferte emozioni gradualmente indagate dall’umanistica ed ispirata partitura, pur cantando nella complicata (forse “avversa”) lingua polacca. Da non perdere. Marco Maiocco