Approfondimenti · Commenti

La scomparsa dell’ultimo intellettuale

A proposito della scomparsa (in fondo misericordiosamente “benvenuta”) di Andrea Camilleri, la cui opera letteraria confessiamo di non conoscere approfonditamente, pur credendo di avere un’idea ben precisa di chi sia stato (sul piano pubblico) il “maestro” Andrea Camilleri, ci vengono da sviluppare due brevi (forse fin troppo asettiche) riflessioni.

La prima ha a che vedere con il fatto che, quando si lasciano così tante tracce dietro di sé, è come se in realtà magicamente non si sparisse, una sorta di benedizione (vogliamo sperare) per coloro che rimangono a soffrire di un’improvvisa assenza, che rimane uno dei fatti più dolorosi e incomprensibili che ciascuno di noi prima o poi si ritrova necessariamente ad affrontare nel corso del propria esistenza.

Lasciare testimonianza del proprio fertile percorso in vita, a prescindere dalla materialità dell’oggetto libro, assicura a se stessi una sorta di immortalità, di eterno intuibile, come andava dicendo Camilleri negli ultimi tempi, e ai nostri cari un maggiore conforto, la rassicurante tangibile sensazione di averci ancora intorno (ma per questo, dobbiamo saperlo, bastano anche i “semplici” quotidiani ricordi): Andrea Camilleri è vivo ed è più vivo che mai, perché beatamente liberato dal peso del corpo: la sua assenza è diventata improvvisamente un’immanente liberatoria presenza, un qualcosa (lo diciamo con rispetto) da festeggiare, più che da piangere.

La seconda considerazione, invece, attiene all’ethos dell’uomo che purtroppo se n’è appena “andato”, all’insegnamento politico, nel senso più nobile od originario del termine, che quest’ultimo generoso e coerente intellettuale e scrittore ci ha lasciato o meglio ancora consegnato.

Perché, nonostante il piacere che senz’altro infonde il clima di conciliazione e concordia che in queste ore si è radunato attorno alla sua persona (ma non vorremmo fosse il solito modo di appiattire tutto) – e d’altronde se c’è qualcuno che ha unito il Paese, da nord a sud, è stato proprio Andrea Camilleri -, non è vero che Andrea Camilleri è stato lo scrittore di tutti, pur consapevoli del fatto che la sua genuina, sincera ed empatica umanità, da una parte, e la sua contagiante simpatia, dall’altra, hanno di certo saputo travalicare le differenze.

E però Andrea Camilleri – ultimo intellettuale, perché ultimo, ci pare, ad avere avuto la forza, il coraggio, il bisogno, l’autonomia di pensiero, non essendo lo scriba di nessuno, di dire le cose come stanno, di non sottrarsi a un più alto dovere morale – è stato lo scrittore di una parte, quella (forse minoritaria) parte sana del Paese, civile, democratica, progressista, refrattaria al compromesso al ribasso, indocile alle lusinghe del potere (che è nulla), non suscettibile d’essere ricattata, perché non in vendita, sostenitrice di verità, trasparenza, dignità e libertà (non quella di fare i propri comodi ovviamente, ma quella che appartiene alla fondamentale – potremmo dire costituzionale – emancipazione della persona, da conseguire in cooperazione con gli altri, nell’ambito di un rigoglioso tessuto sociale).

Una parte che già molto tempo fa ha probabilmente perso in via definitiva le proprie battaglie, ma che continuerà a resistere, finché possibile, anche grazie al suo insegnamento e per conto della sua lezione. Marco Maiocco

Dischi

Alle fondamenta dell’odierna americana

Dave Alvin

“King of California (25th Anniversary Edition)”

Craft Recodings/Concord Music Group, 2019

In piena epoca unplugged, a metà degli anni ’90 del secolo scorso, complici le ammiccanti trasmissioni di MTV (che allora letteralmente spopolavano – altri tempi), con il rock che stava finalmente riprendendosi tutto il suo spazio, il terreno perduto nei vuoti e sintetici anni ’80 – salvo tutto quello che alcuni grandi vati della critica musicale (Lester Bangs, Simon Reynolds, forse anche Greil Marcus) da qualche tempo vanno dicendo di buono, e senz’altro giustamente, sull’epoca gloriosa del post punk -, decennio simbolo di un egoistico riflusso in realtà mai terminato, tanto che oggi potremmo tutti definirci dei morti viventi, spettatori, nella migliore delle ipotesi, di disossati rituali, scarnificate messe in scena, piccoli grandi eventi, che proprio perché evenienze, per quanto cronicizzate, nulla possono avere a che fare con una quotidiana reale partecipazione spontanea, fioriva definitivamente la stella di uno dei campioni della cosiddetta americana (che forse in qualità di etichetta si delineava compiutamente proprio in quel momento), abile rimescolatore dei temi e modi della tradizione, interprete di un’innovativa roots music d’autore, capace di mettere d’accordo folk, blues, country e quant’altro, vale a dire molti degli elementi alla base di quel misterioso, perché dalle molteplici e magiche provenienze, composito e screziato patrimonio musicale, espressione del vasto e luminoso american sound, che solo le grandi, riepilogative e visionarie classic band del folk rock (pensiamo a The Band, ai Little Feat) avevano saputo per la prima volta democraticamente sviscerare – con il loro operare coraggioso e dalle determinati valenze didattiche -, discernere in tutte le sue variegate componenti, scomporre e poi ricomporre più o meno a piacimento.

Stiamo parlando del losangelino Dave Alvin, letteralmente cresciuto a blues & roots, come da lui spesso dichiarato, che al quarto tentativo solista, dopo lo sfolgorante percorso rockabilly (e non solo), compiuto insieme al fratello maggiore Phil nei comunque colti, rutilanti e scanzonati Blasters (ma di nuovo non solo), trovava con il prevalentemente acustico, e quindi in linea con i tempi, elegante e profondo King of California di un venticinque anni orsono, realizzato con il fondamentale contributo (tra gli altri) del geniale Greg Leisz, e trampolino di lancio per i successivi capolavori Blackjack David e Public Domain, la definitiva quadratura del cerchio, fondativa di una vera e propria rappresentativa estetica, che da quel momento in avanti lo porrà come uno degli imprescindibili punti di riferimento (insieme ai vari Joe Ely, Lucinda Williams, Tom Russell, John Hiatt, Steve Earle) di un intero movimento, dedito a cercare di ridare senso alla tradizione (nel suo caso spesso e volentieri rivolta a sud ovest), inscrivendo al suo interno nuove forme ed istanze, proprio per meglio raccontare, ormai dal punto di vista di un carismatico cantastorie, non più di uno scapicollato ed effervescente country rocker, l’anima di un paese, le sue illusioni, le speranze (spesso disilluse) di chi disincantato guarda al “sogno americano” dal lato in ombra della strada.

Questa ristampa, ad opera della Craft Recodings – etichetta dedita al meticoloso recupero di tante storiche e significative registrazioni -, realizzata in occasione del venticinquennale dalla prima pubblicazione, arricchita di tre inediti (per la verità) non indispensabili, sembra davvero l’occasione giusta per tornare sulle tracce di questo (dimenticato ?) gioiello dell’american music, ancora tutto da approfondire, indagare e adeguatamente assimilare (una considerazione rivolta in primis a noi stessi). Da non perdere. Marco Maiocco

Dischi

La fumosa soffice eleganza dei Curse of Lono

Curse of Lono

“4am and Counting (Live at Toe Rag Studios)”

Submarine Cat Records, 2019

Sui Curse of Lono, in occasione della pubblicazione del loro secondo album As I Fell, ci eravamo sbilanciati, nel senso che la singolare e fluida musicalità che contraddistingue la loro musica intrigante ricorda molto da vicino (ci eravamo permessi di affermare), mutate ovviamente tutte le cose da mutare, la naturale comunicativa del coinvolgente sound knopfleriano, dei primi Dire Straits in particolare. Una dichiarazione che tutto sommato, a distanza di tempo, non ci sentiamo di sconfessare.

Certo, Felix Bechtolsheimer (autore, vocalist e chitarrista) è figlio del suo tempo (e meno male), la sua idea di musica parte dallo sviluppo di un moderno alternative country, morbidamente ombroso, soffusamente luminoso, caratterizzato come da una sorta di fumosa, notturna e soffice eleganza, tutta britannica o potremmo dire londinese, o meglio ancora quasi surmodernamente canterburyana (e forse non a caso la copertina di questo terzo lavoro del gruppo ricorda un celebre masterpiece dei Caravan).

4am and Counting è stato concepito come una sorta di live in studio, registrato in presa diretta presso lo studio (dalla tecnologia rigorosamente analogica) Toe-Rag di Hackney (celebre per aver ospitato i White Stripes in occasione dell’incisione di Elephant), al cui interno l’esperto produttore Liam Watson ha saputo catturare al meglio lo spirito di una serie di performance effettuate a tarda notte.

Crediamo anche noi ci voglia parecchio coraggio per registrare un terzo album, che in sostanza si prefigge il compito di rivisitare canzoni contenute nei due precedenti, i quali però non avevano conosciuto il favore di un pubblico più vasto. Se, per altro, lo avessero fatto i Dire Straits (o chi per loro) ci saremmo di certo rimasti male. E però questo tipo di considerazione finisce presto per scivolare via, grazie alla qualità delle composizioni, del convincente risultato d’assieme e del valore complessivo dell’intera realizzazione.

Un gruppo, quello attorno a Bechtolsheimer, che si distingue per armoniosa, corale e vellutata compattezza, composto da Joe Hazell (chitarre e voce), Dani Ruiz Hernandez (tastiere e voce), Charis Anderson (basso e voce) e Neil Findlay (batteria); un quartetto talentuoso al quale poi si aggiungono qui e là i virtuosismi di Nick Reynold all’armonica e BJ Cole a dobro e pedal steel guitar. Una piacevolezza. Marco Maiocco

 

 

Dischi

Un saggio distillato country western

Chip Taylor

“Whiskey Salesman”

Train Wreck Records, 2019

C’è qualcosa di intimamente rock nella musica americana, e quindi di avvincente, avventuroso, indomito, sferzante o meglio ancora sfidante, anche nelle sue espressioni più apparentemente quiete, raccolte, conservative o semplicemente figlie, come in questo caso, di una serena e pacifica senilità.

Avrà a che fare con le resilienti, catartiche ed accattivanti armonie del blues, inevitabilmente sempre nell’aria, e magari con il loro incontro (tra i tanti) con i suoni e le cadenze dell’irish feeling, incarnato da gente che era stata costretta a lasciare tutto, e che nel nuovo mondo si era ritrovata pressata dal bisogno costante di trovare sempre nuovi funambolici modi per sbarcare il lunario, oltre che di spazi vitali per il proprio esistere.

Ma insomma Chip Taylor, newyorkese di origini irlandesi, classe 1940, in gioventù giocatore d’azzardo e venditore di whiskey, fratello del più celebre John Voight, zio della grande Angelina Jolie, autore (tra le molte) di un paio di hit (Angel of the Morning e soprattutto Wild Thing) poi riproposte dagli artisti più disparati (da Janis Joplin a Emmylou Harris, passando per Jimi Hendrix), non è certo mai stato un reazionario.

Qui la sua avvolgente ed elegante musica ha modo di articolarsi per la quarantesima volta in un album in studio, in funzione di un autorevole e rilassato country western, dalle inflessioni intime, distensive, “cameristiche”, le ninnanti atmosfere familiari.

Un album che ha il potere di infondere calma e saggezza, che anzi appare emanazione diretta di un profondo stato di raggiunto equilibrio e trovata consapevolezza, e che fluisce limpido e distensivo, come accortamente distillato da una botte di buon whiskey invecchiato, davanti al fuoco rassicurante di un accogliente caminetto acceso.

Ad accompagnare variamente Taylor nelle undici sussurrate songs ci pensa un piccolo discreto e compartecipe combo, composto dal co-produttore Goran Grini, la cui talentuosa presenza ad una sorta di liquido sognante pianoforte è davvero fondamentale per delineare le raccolte atmosfere dell’album; poi dal fidato John Platania alla chitarra elettrica, dal bassista Grayson Walters e dalla batterista Katrine Grini.

Se non fosse per qualche benvenuta dose di maggior autoironia e leggerezza (un po’ alla maniera trottante di un Willie Nelson), la qualità e levatura di questa registrazione, dal carattere anche testimoniale (per lo meno in parte), ci ha riportato alla memoria l’autorevolezza stentorea dell’ultimo Johnny Cash o la malinconia riflessiva del tardo Guy Clark. E abbiamo detto tutto. Marco Maiocco

Dischi

Il venticinquennale dei Gov’t Mule

Gov’t Mule

Bring On The Music – Live At The Capitol Theatre, Pt.1”

Mascot Label Group/Provogue, 2019

Come potremmo tradurre nel modo più efficace l’espressione Bring On The Music ? Forse con la formula “sostieni la musica” o meglio ancora con l’invito “trasmetti la musica”, e poi, per esteso, con le indicazioni “veicolane il senso”, “non disperderne le sciamaniche e taumaturgiche proprietà”, “non dimenticarne le molteplici e fondamentali provenienze”.

Una sollecitazione, quasi una laica e commovente preghiera, rivolta a sé e poi al proprio pubblico, con il quale si condivide da sempre il significato di un denso e articolato percorso, di un’indicativa e testimoniale vicenda.

Questa la missione dei Gov’t Mule, cavalieri di un sonoro e compiuto ring shout, espressione del composito e screziato sound americano; questo il senso del loro stare assieme o semplicemente del loro esistere, dopo venticinque anni di intensa, fruttuosa e anche tormentata attività.

Nutrivamo dubbi sull’ennesima pubblicazione live di questa band sensazionale, quintessenza del jam rock, di una musica suonata interamente dal vivo, che in studio invece abbiamo da tempo la sensazione si sia un po’ arrestata, ma ovviamente sbagliavamo.

Registrato il 27 e 28 aprile 2018 al Capitol Theatre di Port Chester, NY, storico palcoscenico per le vicende del rock, molto amato dai Gov’t Mule, questo celebrativo doppio album dal vivo – oltre due ore e mezza di strepitosa musica, che non approfondiremo filologicamente – fotografa la band del guitar hero e vocalist Warren Haynes, straordinario erede della grande lezione delle omnicomprensive jamming band americane (The Allman Brothers Band e Grateful Dead), in uno stato di forma pressoché sorprendente, testimoniandone l’agire sciolto, ispirato, decisamente spontaneo, nonostante l’istruttiva cattedraticità del loro elegante e magistrale operare.

Peccato solo per un sound ripreso come un po’ da lontano e quindi non proprio intriso di tutto il mordente necessario.

E però è anche vero che il composito e mirabolante southern rock di questa formazione sontuosa, intessuto di blues, soul, jazz, hard rock, rimanipolata popular music (e quant’altro), costruito sulla perfetta combinazione tra formula ed improvvisazione, preordinata struttura e abbandonata imprevedibile digressione, ha assunto caratteristiche sempre più plastiche, morbide e magicamente flessibili, complice l’ormai simbiotica intesa tra i quattro protagonisti, che qui sapientemente si ascoltano, accordano, assestano di continuo, quasi sembrando un’unica miracolosa entità: Haynes la guida, ma in realtà è come se vi comparisse e sparisse a piacimento, dando l’impressione di galleggiare o addirittura levitare all’interno di un’avvolgente e ondivaga placenta sonora.

Una lineup pirotecnica, la loro, oggi completata dallo storico e martellante Matt Abts alla batteria, dal sofisticato Danny Louis alle tastiere, alla chitarra, e alle backing vocals, e infine dallo straordinario bassista dinamico Jorgen Carlsson, in equilibrio tra flautate morbidezze jazz rock, quando non fusion, e “pesanti” gravità di derivazione stone metal (il fondatore Allen Woody, bassista anch’egli e purtroppo scomparso anzi tempo, non potrebbe che esserne contento).

“Non è facile tenere insieme una band per venticinque anni. Non puoi farlo senza aver costruito, nutrito, danneggiato e poi di nuovo ricostruito relazioni importanti. Un discorso che potrebbe valere per qualsiasi band rimasta in attività così a lungo. Quando abbiamo deciso di documentare il nostro attuale stato dell’arte, ci è venuto subito in mente che questa sarebbe stata, tra le altre cose, una celebrazione di molte di quelle relazioni, a cominciare da quella tra noi quattro.”

E poi un’appassionata celebrazione della musica: “la cosa che ci ha aiutato, sia individualmente che collettivamente, a superare gli inevitabili momenti difficili. La cosa che ha guidato ogni decisione che abbiamo preso come band fin dalla nostra nascita nel 1994. La cosa che è sempre sfuggente, ma che vale la pena inseguire per venticinque anni (e oltre). La cosa che ha collegato tutti noi, tutti coloro che negli anni hanno fatto parte del nostro progetto, pubblico compreso, e che continua a crescere come – e insieme a – quel “cerchio”, che è qui da molto prima di noi e certo sarà ancora qui molto tempo dopo che ce ne saremo andati, e che ci si augura continuerà ad ispirare e influenzare nel futuro prossimo e venturo tanti altri musicisti, band e artisti.”

Eccezionali (ma bisogna concedersi tutto il tempo dell’ascolto, astraendosi – se possibile – dal vorticare fatuo del nostro presente). Marco Maiocco

 

Libri

La montagna orfica ed arcana di Claudio Morandini

Claudio Morandini

“Gli Oscillanti”

Bompiani, 2019

L’aostano Claudio Morandini ha scritto un breve ed intelligente romanzo sui paradossi dell’essere montanaro.

Un libro su una montagna immaginaria, assurda e misteriosa, fatata ed inquietante, che prima d’essere un luminoso trampolino di lancio verso il cielo, si configura come un oscuro e cavernoso antro indirizzato verso gli austeri inferi, gli angosciosi e sconfinati abissi della terra, tanto può essere arcigna, chiusa, orgogliosamente inaccessibile, isolata ed inesplicabilmente autarchica.

Una montagna ingannevole, quella di Morandini, perché non spicca il volo, ma semmai il tuffo, dai contorni per altro universali, prim’ancora che familiarmente particolari (nel suo racconto potremmo essere ovunque sul nostro arco alpino – dall’occitania al carso), formatasi paradossalmente per implosione, per il progressivo sprofondare di un terreno inaffidabile, irrimediabilmente mobile, friabile, fangoso, porosamente calcareo, piuttosto che per il lento e paziente lavorio di un fiume o per il ritiro di maestosi ghiacciai del pleistocene.

Un racconto semplice e al contempo colto, il suo, calato in un’orfica ed arcana realtà montana, eleusinamente sospesa, potremmo dire, e quindi oscillante, tra il mondo dei vivi e una sorta di indecifrabile e pagano regno dei morti o semplicemente di altri semivivi, non propriamente umani, abitanti di un profondo e impenetrabile mondo sotterraneo, fatto di malmostosa terra, frazionata roccia, caotico marciume vegetale, costituitosi nel tempo per l’innumerevole concatenarsi di depressioni geologiche, a formare una vera e propria densa ed inestricabile marea di doline, testimonianza plastica ed ellittica di una continua dissoluzione verso il basso di tutto il gravoso tessuto montano, a cominciare dagli imperscrutabili animi dei suoi “alticci” ed elusivi abitanti.

Morandini ama la montagna, che è vasto e composito terreno naturale della sua fertile immaginazione, dà l’impressione di padroneggiare la classicità della nostra letteratura, pensiamo a quella del novecento (tra i molti echi, crediamo di aver colto quelli ctonii del Vittorini più mitologico e quelli surreali e fantastici del Buzzati montanaro in metafisica attesa), e poi di conoscere la musica, con la quale sembra coltivare un rapporto speciale, custodire un’armoniosa e sonora confidenza.

Sì, perché protagonista del suo racconto, ambientato negli anni ’80 (ma in fondo senza tempo), e quindi capace di riportarci suggestivamente all’era “primitiva” delle audiocassette, dei mangianastri e dei primi piccoli registratori portatili (ancora a tecnologia analogica), è una giovane etnomusicologa salita o (come presto scoprirà) discesa fin lassù, per inseguire, registrare, catalogare, i canti dei nomadi pastori, che da un alpeggio ad un altro, da una montagna all’altra, intonerebbero tutta una serie di modulate e suggestive intonazioni a carattere antifonale, per facilitare la comunicazione a distanza tra loro.

Ma il vero canto o addirittura la vera sinfonica corale, segreta, nascosta, negletta, voce ultraterrena, quasi spirituale (da una parte), ed invece (dall’altra) immanente e insopportabile testimonianza di solitudine e sofferenza, capace però di esprimersi sotto forma di pura e sorprendente arte, si rivelerà essere proprio quella che (inafferrabile) proviene dal sottosuolo e dalle sue indelebili, magmatiche e risonanti memorie, udibile soltanto in certi onirici, notturni e allucinati frangenti. Una prova autorevole. Marco Maiocco

Approfondimenti · Commenti

Sognando giungle urbane di tillanzia

Pare che in Inghilterra, intorno alla metà del ‘700, ci sia stato un momento in cui il gin era più “sicuro” dell’acqua e meno costoso della birra. Sembra, quindi, che la gente, il popolo, ne facesse un uso smodato, con tutte le drammatiche conseguenze del caso.

A quel tempo Londra era già una grande città in piena espansione, sovraffollata, contaminata, abitata da tanti miserabili e derelitti, letteralmente abbandonati a loro stessi, capitale di un vasto Impero predone, che ancora una volta nella storia stava (ormai da tempo) cambiando, in ragione del profitto e della depredazione, le sorti del mondo.

Mancava solo un ultimo passo (o forse un nuovo primo inizio, che avrebbe presto comportato anche un passaggio del testimone o meglio un’ampia coabitazione alla guida del poi cosiddetto “mondo libero”, suggellata da quello che potremmo definire – ma stiamo semplificando – il patto del cotone, con protagonisti i protetti manufatti inglesi e il più economico cotone americano, coercitivamente prodotto dagli schiavi nelle famigerate piantagioni); un ultimo passo, che sarebbe giunto verso la fine del secolo, con l’invenzione della macchina a vapore (capace finalmente di lavorare senza sosta, per produrre e accumulare, produrre e accumulare, ossessivamente, compulsivamente, a tutte le ore del giorno e della notte, finalmente non più in balia dei capricci del tempo o del ricorso poco sicuro alle inaffidabili risorse naturali per produrre energia, sì da allontanarsi velocemente dall’umano e sensato concetto di fabbisogno, per trincerarsi invece dietro quello speculativo e “lungimirante” del fidato avvenire), il conseguente innesco della prima rivoluzione industriale, caratterizzata in primis da un ulteriore, gigantesco, seriale e coatto processo di inurbamento, seguito alla confisca delle terre comuni nelle campagne, sicché i sudditi potessero diventare ancora più sudditi e riempire di disperazione le strade di quella città lugubre, oscura, inquinata, gotica fuori tempo massimo, immortalata poi da Charles Dickens nei suoi picareschi romanzi di formazione.

Di quella Londra di metà settecento e della torbida crisi del gin maltagliato, che in realtà imperversava dalla fine del ‘600 – perché era l’utilizzo del brandy francese che i reali avevano voluto boicottare con una serie di leggi volte a liberalizzare la distillazione casalinga – e che di lì a poco sarebbe fortunatamente terminata, grazie all’intervento di nuove disposizioni normative; crisi del gin che determinò anche un brusco aumento delle rapine, degli atti di violenza, dei fatti criminosi e delittuosi in città; di quella crisi, dicevamo, diede un’efficace, se non straordinaria, rappresentazione, ammantata di pungente ironia, il grande pittore ed incisore satirico William Hogarth (1697-1764) in una sua celebre e corrosiva stampa del 1751: la macabra inquietante rappresentazione urbana del Gin Lane, la follia del gin, che invitiamo tutti ad andarsi a cercare.

Quel che qui ci interessa di quella celebre stampa, abitata da una bolgia ebbra, inscheletrita, deresponsabilizzata, tragicamente perduta nell’oblio marcescente dell’alcol, è però un’altra cosa, ovverosia l’asfissiante paesaggio urbano: non c’è una pianta, non c’è l’ombra di un cespuglio, di un filo d’erba, tantomeno di un albero. Tutto è irrimediabilmente lastricato, costruito, artefatto.

Un’eredità del passato, viva e vegeta ancora oggi, risalente a quel lontano tempo in cui, attraverso la tanto decantata rivoluzione agricola, una specie prevalentemente nomade come la nostra decide poco alla volta di stabilizzarsi, diventare sedentaria, scegliendo di cedere ampie quote della propria libertà in cambio della promessa (obiettivamente sufficientemente certa – dato non trascurabile) di un po’ più di cibo. A pagarne le peggiori conseguenze saranno probabilmente, migliaia d’anni dopo, i nativi americani.

Fin dall’antichità, o meglio già a partire dalla prima arbitraria recinzione, tutto quello che è all’interno delle mura della civitas è civile ed ospitale, mentre tutto quello che ne resta fuori è barbaro ed inospitale (lo diceva già Bruce Chatwin in alcune delle sue riflessioni). I barbari, purtroppo per noi, si romanizzarono subito, e addio quindi al loro più egualitario e pastorale primitivismo comunitario.

La civitas è fin dall’inizio un mondo del tutto artificiale, antropizzato, probabilmente più rassicurante, per carità, nel quale è però sciaguratamente bandita, letteralmente estromessa, l’infida, selvaggia e imprevedibile natura. Roma era le sue strade, i suoi teatri, i suoi templi, altari, mausolei, le sue terme, i suoi acquedotti, le sue fogne, le sue ville, i suoi palazzi, le sue mura, etc, etc, non certo le sue aree verdi. Ma d’altronde non avrebbe potuto essere diversamente, che civitas sarebbe stata altrimenti.

Ancora oggi le nostre città, proprio come quella Londra di metà settecento (dal cui sistema economico siamo stati colonizzati, altrimenti non avrebbe avuto senso parlarne), ma proprio come tutte le capitali della nostra storia, sono sostanzialmente prive di verde, manchevoli di sufficienti spazi di mediazione tra l’opera dell’uomo e quella della natura.

Una profonda disarmonia che nuoce, ne siamo convinti da sempre, e da sempre ne soffriamo, alla salute della specie e all’equilibrio psicofisico di ognuno di noi. Una disarmonia, per altro, che ormai è soprattutto dannosa per questioni ambientali.

E nessuno ci venga a raccontare che tutto questo si risolve con la valorizzazione e la conservazione degli ambienti montani, intesi come parchi urbani, valvole di sfogo per gli abitanti delle città: la prospettiva ci inorridisce, proprio perché amiamo la montagna e abbiamo a cuore la vita dei “poveracci” che abitano nelle città.

La terra ha la febbre, lo sappiamo, e per questo va curata con ancora più amore e dedizione; ed ha la febbre soprattutto per colpa nostra. Ma come detto altre volte, se quella febbre degenerasse oltre misura (non manca poi molto), non sarà la terra a rimetterci, perché sarà capace di sopravviverci senza particolari problemi, ma soltanto noi, e attraverso chissà quali catastrofi, per altro già ampiamente in atto in diverse parti del mondo.

Chi scrive pensa che le città dovrebbero scomparire domani mattina, ma (per carità) la nostra è anche una battuta, una provocazione. Spesso ci appaiono solo come caotiche camere a gas, ottuse giungle d’asfalto e cemento senza soluzione di continuità.

E invece pare che non si riesca a fare a meno di loro: la popolazione urbana è pronosticata in costante crescita nei prossimi anni.

Oggi all’incirca il 55% per cento della popolazione mondiale vive nelle città, che dal canto loro occupano solamente il 2/3% della superficie terrestre (ma è vero che il calcolo dovrebbe essere fatto sulla quota di superficie realmente abitabile), producendo per converso più o meno il 70% di emissioni di anidride carbonica; quelle infauste emissioni inquinanti, che stanno accelerando un brusco, potenzialmente letale, cambiamento climatico, che per altro a breve potrebbe essere la causa dell’estinzione stessa di molte delle attuali città, in prevalenza costruite sulla costa, e quindi a rischio di scomparire, per via dell’innalzamento del livello dei mari.

Dal canto nostro, nonostante tutto questo, continuiamo tranquillamente a deforestare oltre che ad inquinare: nello scorso mese di maggio (è un dato di questi giorni) la Foresta Amazzonica ha perduto 739 chilometri quadrati di vegetazione, quanto due campi da calcio ogni minuto per 31 giorni (a scriverlo si stenta a crederlo, ma è proprio questo che dicono le rilevazioni).

Un “errore” madornale, oramai imperdonabile, che dovremmo definire solo e semplicemente criminale, perché le piante (detta molto male) fissano la CO2 nell’atmosfera, nel senso che la assorbono, purificando l’aria e consentendo lo sviluppo della vita.

Se proprio non vogliamo o non possiamo fare a meno delle città e di tutte le loro comodità (una parola che dovremmo cominciare a bandire dal vocabolario), almeno riempiamole di verde: ripensiamole, ricostruiamole a partire dal verde.

Le si potrebbe, per esempio, inondare di tillanzia, diceva ieri il geniale botanico e neuro biologo vegetale (perché le piante tra loro parlano, comunicano, si trasmettono informazioni, non sono mai sole nell’ambiente naturale) Stefano Mancuso.

Una pianta a dire il vero parecchio bruttina, la tillanzia, e però dal nome così musicale, sostanzialmente priva di apparato radicale, e quindi anche molto semplice da gestire e “impiantare” (per lo meno a quanto ne abbiamo capito noi), che si nutre principalmente d’aria, non di acqua, dell’umidità presente nell’aria, con di conseguenza forti proprietà depurative, che le conferiscono il ruolo di vero e proprio indicatore naturale della qualità dell’aria che respiriamo.

Di soluzioni potrebbero essercene molte, senza dubbio o quantomeno lo speriamo, ma per il momento stiamo cominciando a sognare rigeneranti “parchi” o meglio giungle urbane di verdognola tillanzia. Marco Maiocco

Dischi

Il moderno classick rock dei Raconteurs

The Raconteurs

“Help Us Stranger”

Third Man Records, 2019

Non siamo dei biografi di Jack White (decisamente più rocker) e Brendan Benson (dall’anima invece un po’ più pop), alias The Raconteurs, così come, per esempio, non siamo cresciuti con la musica dei blueseggianti White Stripes, la celebre precedente band di White in coppia con la batterista Meg White, formazione di culto del garage rock anni ’90, direttamente proveniente da Detroit, ma insomma quel che conta è che quest’ultima pubblicazione a nome Raconteurs, a ben undici anni dal precedente Consolers of The Lonely (lasciate da parte le varie vicende soliste), è finalmente un album di rock un po’ come si deve (i tempi, in questo senso, sono purtroppo magrissimi, quantomeno ci pare).

Finalmente un po’ di ritrovata forza, energia ribelle, esuberante vitalità, rimescolante estro creativo, pur nella modularità dei tanti elementi, e infine suono, vintage finché si vuole, ma comunque non privo di una sua aggiornata modernità.

Un amalgama, quello dei Raconteurs, in cui i riff e le scorribande elettriche del british hard rock (nel solo dell’arrembante Don’t Bother Me sembra davvero di ascoltare di nuovo all’opera uno scatenato Ritchie Blackmore), ma anche del southern (si ascolti solo che Somedays (I Don’t Think Like Trying), specie di immaginifica sintesi tra Lynyrd Skynyrd e Led Zeppelin, influenza comunque principale dell’intero album), convivono con l’estetica digressiva e abbandonata delle jamming band USA (come nell’intro in stile Live Dead dell’iniziale Bored and Razed); la filtrata e distorta rievocazione del blues delle origini (un po’ vengono in mente certe trasfigurazioni alla Jon Spencer); le più scatenate e scintillanti derive californiane (quelle che Jimmy Page aveva preso sempre più a ricercare, per poi magari farle dialogare con lo skiffle); con ancora certe più adulte armonie beatlesiane, come nel finale di Shine The Light On Me, il cui titolo invece rimanda evidentemente al brano più celebre dei Procol Harum; ma poi non solo: non mancano riferimenti a stagioni e cadenze anche più recenti.

Sì, è vero, la band a tratti si diverte a “sbrodolare” o giochicchiare, a volte in maniera un po’ stucchevole (una caratteristica di Jack White), ma nel complesso domina un senso di ispirata freschezza, non di sterile manierismo, oltre che di nostalgia, e però con la N maiuscola, come ha scritto qualcuno in questi giorni, perché è con piglio, autorevolezza, senso della direzione, che ci si rifà ad un’antica old school di estrazione prevalentemente sixties/seventies, per una volta riattualizzata a dovere (si ascolti solo che Only Child, esempio di ballata pressoché perfetta: se le radio commerciali diffondessero esclusivamente “roba” simile, vivremmo in un mondo decisamente migliore).

Una rigenerante sferzata di classic rock, della quale si sentiva obiettivamente la mancanza. Marco Maiocco

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Oh capitana, mia capitana ..

Dedichiamo a Carola Rackete, capitana della Sea Watch 3, trentuno anni, di nazionalità tedesca, che ieri ha deciso valorosamente di oltrepassare il confine delle acque territoriali italiane, contravvenendo così all’ottuso volere del governo italiano, che nella migliore delle ipotesi si nasconde vergognosamente dietro la sentenza della Corte di Strasburgo (La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), che non ha dato ragione all’Italia (sia chiaro!), questa versione, appena pubblicata, del celebre canto partigiano Fischia il vento, ad opera dei maestri Gianni Coscia e Gianluigi Trovesi, che senz’altro non troverebbero da ridire. Grazie Carola! Marco Maiocco