Approfondimenti · Appunti

Natura umana

“inoltre, la zona di incertezza tra il cervello e l’ambiente, è anche la zona di incertezza tra la soggettività e l’oggettività, tra l’immaginario e il reale, e il suo spazio è aperto, mantenuto attraverso la breccia antropologica della morte, e attraverso il massiccio spiegamento dell’immaginario nella vita diurna. È in questa zona che si sviluppano il mito e la magia, che circolano fantasmi e incubi, che la parola, il segno, la rappresentazione, si impongono con l’evidenza della cosa (detta o alla mente evocata, segnata, rappresentata, ndt), che il rito richiede il responso di un ascoltatore-interlocutore immaginario. È proprio perché esiste questa spaccatura (che come vedremo è anche apertura) che il regno di sapiens corrisponde ad un massiccio aumento dell’errore all’interno del sistema vivente. Sapiens ha inventato l’illusione; l’immissione dell’universo dei fantasmi nel mondo della veglia, i rapporti straordinari che si intessono tra l’immaginario e la percezione del reale, tutto ciò che, come vedremo, costituisce la fonte delle “verità” ontologiche di sapiens, che è contemporaneamente fonte di innumerevoli errori. Più in generale e più profondamente, l’incertezza delle relazioni tra l’ambiente e lo spirito, tra il soggetto e l’oggetto, tra il reale e l’immaginario (ivi compresa l’incertezza sulla natura di entrambi) è la fonte permanente degli errori di sapiens. L’errore si fa sentire vivamente nel rapporto di sapiens con l’ambiente, nel suo rapporto con se stesso, con l’altro, nel rapporto tra gruppo e gruppo e tra società e società.”

“Il bambino sapiens esprime ciò che nessun bambino di nessuna specie vivente ha espresso con una tale intensità: una debolezza, un’angoscia inaudite nel suo sbraitare, e una contentezza incredibile nell’agitarsi felice di tutto il suo corpo. Egli passa di colpo dagli urli disperati al riso beato.”

“Di conseguenza si palesa la (“vera”, ndt) faccia dell’uomo nascosta dal concetto rassicurante e distensivo di sapiens. È un essere dotato di un’affettività intensa ed instabile che sorride, ride, piange, un essere ansioso e angosciato, un epicureo ante litteram, ebbro, estatico, violento, furioso, incline ad amare, un essere che conosce la morte e non può crederci (da qui l’eterno esacerbante contrasto tra la verità oggettiva e l’immortale illusione soggettiva, ndt), un essere che secerne il mito e la magia, un essere posseduto dagli spiriti e dagli dei, che si nutre di illusioni e di chimere, un essere soggettivo i cui rapporti con il mondo oggettivo sono sempre incerti, un essere esposto all’errore, all’avventura, impregnato di hybris (qui intesa come intemperanza più che superbia, ndt), che produce disordine. E nello stesso tempo in cui chiamiamo follia il congiungersi dell’illusione, della mancanza di misura, dell’instabilità, dell’incertezza tra reale e immaginario, della confusione tra soggettivo e oggettivo, dell’errore, del disordine, siamo costretti a vedere l’uomo sapiens (anche, ndt) come uomo demens.“

(Edgar Morin)

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Scatola nera

Il 27 giugno 1980, è storia nota, nel “Paese delle Meraviglie” un aeroplano di linea, civile, di una compagnia aerea privata con 81 persone a bordo (compresi i componenti dell’equipaggio), che per lo più, ad estate appena cominciata, stavano tornando a casa per trascorrere le vacanze, decolla, nel tardo pomeriggio di quel “fatidico” giorno, da Bologna Borgo Panigale diretto a Palermo, aeroporto di Punta Raisi, dove non atterrerà mai, se non in una qualche (lo speriamo) alternativa quantica.

A pochi minuti dal suo “approdo”, sui cieli di un’isoletta fino ad allora misconosciuta (né parte delle ventose isole Ponziane, né parte delle meravigliose Eolie), nel cuore stesso del Tirreno, poco prima di intravvedere le mitiche ribollenti terre di Trinacria, il velivolo si imbatte, suo malgrado, in una vera e propria misteriosa battaglia aerea, episodio di una guerra da nessuno dichiarata, contro ancora non sappiamo chi e perché. – Non c’è storia pubblica che, insieme a quelle del 12 dicembre 1969 e del 2 agosto 1980, ci abbia colpito di più: eravamo piccolissimi all’epoca dei fatti, ma l’impronta di quel drammatico evento, proprio come per altri versi il nostro debito pubblico, ci ha segnato per tutta la vita: è questione di zavorre.

Chi sapeva ha taciuto, depistato, omesso, contraffatto, ucciso – la ventina di testimoni – piloti, avieri, graduati, radaristi – che avrebbero potuto raccontarci anche solo che un pezzo di quella terrificante verità sono, negli anni seguenti, tutti scomparsi in circostanze quanto meno sospette.

Ci hanno detto per anni che (fatalità) gli aerei cadono, che c’era una bomba nel piccolo vano di un gabinetto, che c’era stato un cedimento strutturale, un “muro di gomma” che per almeno vent’anni ha negato finanche l’evidenza, sostenuto che piove all’insù, che il sole gira intorno alla terra.

Dalla fine degli anni ’90, detta molto a grandi linee, grazie alla straordinaria tenacia di un manipolo di cittadini eroi (per una volta è proprio il caso di dirlo), che non hanno mai voluto perdere la fiducia nelle istituzioni (beati loro da questo punto di vista), istituzioni che siamo noi ad informare ogni singolo giorno con i nostri comportamenti responsabili e le nostre ragionevoli istanze (questo ci ha insegnato l’encomiabile Daria Bonfietti), e grazie agli sforzi di un giudice istruttore coraggioso (Rosario Priore), sappiamo con certezza, senza più alcun dubbio, che ad abbattere il DC9 Itavia, quella triste famigerata sera di giugno di ormai quarant’anni fa, fu un missile (a risonanza, non ad impatto, disse un giorno, quasi inavvertitamente, il più o meno sibillino Francesco Cossiga, signore oscuro – “semplice frequentatore”, testimone scomodo, regista, garante ? – di uno o più Stati paralleli), non certo un colpo di vento o uno starnuto degli Dei.

Ma chi abbia sparato – caccia NATO, americani, francesi ? – e contro chi – mig libici o addirittura aerei presidenziali nordafricani, oppure da combattimento sovietici ? – ancora non lo sappiamo e probabilmente non lo sapremo mai, se non altro per i troppi soldi di risarcimento che ci sarebbero da elargire. – Il Presidente della Camera Roberto Fico ieri in Comune a Bologna, in occasione della commemorazione per il quarantennale, ha pronunciato un buon discorso, detto delle belle parole, peccato che fossero esattamente o pressappoco le stesse dell’anno passato.

Quel che è certo è che quella sciagurata sera di fine giugno, in quello specifico quadrante del Mediterraneo, in quello spicchio di “cielo italiano”, teoricamente sotto il controllo delle nostre autorità, civili e militari, volava di tutto, sotto la direzione più o meno diretta di una o più portaerei (americane, francesi, inglesi ?), il mandato più o meno limpido di alcune delle potenze nostre “alleate”, e che gli unici a non saperlo fossero (guarda caso) proprio gli esponenti del nostro Governo e delle nostre istituzioni.

C’è stato addirittura un tempo in cui l’ipotesi sarebbe stata ancora un’altra (tra le molte in realtà), rappresentativa di un cosiddetto “quinto scenario”, e cioè quella che avrebbe teorizzato un’azione d’attacco israeliana (in fondo poco credibile, dato il modo chirurgico con cui di solito operano, salvo “a casa loro”, i componenti del Mossad e dell’esercito di quel Paese) diretta contro un Airbus francese, che stava trasportando uranio arricchito in Iraq, ai tempi delle prime pericolose tensioni militari con il vicino Iran, che da poco era passato nelle mani dei rivoluzionari islamici (oggi, mutate le cose da mutare, siamo ancora lì o qui, quella storia, quel complesso delicato scenario medio asiatico, che qui non stiamo a ricostruire, è ancora tutto sul piatto). Un’azione d’attacco per l’appunto finita male, nella quale sarebbe malauguratamente rimasto coinvolto il DC9. Un’ipotesi, giustappunto, solo una delle tante ipotesi succedutesi negli anni.

Questo per dire che quel DC9 non volava in pace o meglio nella pace: non era quello il fluido naturale all’interno del quale “veleggiava” – dalla fine della seconda guerra mondiale in poi nessuno di noi ha vissuto in pace (crederlo è una pura ingenuità), pur se qui da noi, anche fortunatamente, le apparenze, quelle da salvare ad ogni costo (secondo il dettame che il popolo o è bue o è bambino), ci hanno quasi sempre testimoniato un illusorio contrario.

I conflitti tra blocchi di potenze, tra occidente e oriente, nord e bistrattato sud del mondo, potenze mediorientali, e poi quelli tutti interni e fratricidi al mondo islamico (nell’universo cristiano, a pensarci, abbiamo smesso di farci guerre riguardanti la fede, per lo meno dirette, cruente, violente, a partire dalla metà del’600 – abbiamo capito che non conveniva, ma anche questa è una forma di presunzione), e ancora quelli di civiltà tra opposte visioni culturali e religiose (come qualcuno riuscì a dire irresponsabilmente qualche anno fa al tempo convulso di una nuova misteriosa epoca terroristica), non da ultimo i conflitti e le tensioni per l’approvvigionamento delle fondamentali risorse (energetiche, idriche, alimentari) erano tutti ampiamente squadernati allora, proprio come (sostanzialmente invariati) lo sono oggi, con gli stessi giochi di potere, interferenze, infiltrazioni, e quant’altro.

Di quel mondo più o meno palesemente in conflitto, l’Italia, “portaerei” naturale sul Mediterraneo, linea di confine tra nord e sud, e soprattutto tra ovest ed est, in tempi di ottusa e pericolosa guerra fredda – un Paese che, parafrasando le parole di Henry Kissinger, ancora Segretario di Stato, al seguito del Presidente Ford, nonostante i disastri e gli scandali dell’amministrazione Nixon, pronunciate nei celebri incontri con il governo di Deng Xiaoping, tenuti in Cina nel dicembre del 1975, non si sapeva mai che piega avrebbe potuto prendere, con quel primo ministro – Aldo Moro – così debole, fiacco, consociativo, uso ad addormentarsi alle riunioni, e poi quell’opinione pubblica (per lo meno in una sua larga, comunque sempre minoritaria, parte) così compiacente nei confronti del nemico giurato di turno, l’orso russo – è sempre stata, volente o nolente, una sorta di contendibile ago della bilancia, anche se in fondo mai veramente in discussione (troppe le truppe americane sul terreno).

Quel DC9, insomma, lo ribadiamo, non volava in pace, quel DC9 stava in piedi per miracolo, così come ancora oggi tutto quello che ci circonda.

Ricordare Ustica è importante, ma rammentarsi che le cose continuano ad accadere, che non avvengono una volta sola e poi basta, non smettere di vigilare, interrogarsi, guardarsi intorno, non fossilizzarsi su un singolo evento storico, pensando così di fare il proprio, lo è ancora di più, perché Ustica riaccade tutti i giorni, anche quando sembra di no: siamo sempre dentro a quella “scatola nera”, o in un tempo figlio delle sue conseguenze.

Stai dormendo, oppure fai finta anche tu?
Stai sognando, oppure stai pensando anche tu?
Che siamo chiusi in una scatola nera, stella
nessuno ci aprirà
Chiusi in una scatola nera, stella
nessuno ci libererà.
Chiusi in una scatole nera,
che nessuno, mai, ritroverà.

Stai dormendo, oppure fai finta anche tu?
Stai sognando, oppure stai pensando anche tu?
Che siamo chiusi in una scatola nera, stella
nessuno ci aprirà.
Chiusi in una storia nera, stella
nessuno ce la spiegherà.
Chiusi in una scatola nera,
che nessuno mai, ritroverà

Così cantava un Francesco De Gregori amaro e disincantato nell’estate del 1992 nella dylaniana Sangue su sangue, contenuta nel forse sottovalutato (e invece denso di significati – si torni ad ascoltare solo che la splendida rabbrividente Tutto più chiaro che qui) Canzoni d’amore, pubblicato poco dopo le sconquassanti stragi di mafia (sempre parte della stessa storia: altro “sangue su sangue, che non macchia va subito via, leggero precipita piano, senza rumore”) di quella surreale primavera/estate italiana, sospesa tra Tangentopoli e l’era nefasta del Cavaliere, quando forse un po’ più scafati lo eravamo già, nel senso che, nonostante la nostra giovane età, niente stupiva più, neanche le autostrade che saltavano letteralmente per aria (oppure sì ?).

Da allora non molto è cambiato, anzi. E dire che, caduto Il Muro di Berlino, avrebbe dovuto trionfare l’era rigogliosa della libera prosperità, non quella eterna delle continue crisi di sistema e di una strutturale precarietà. Marco Maiocco

 

 

 

 

Dischi

Le canzoni della fanciullezza

Alasdair Roberts

“The Songs of My Boyhood”

Drag City, 2020

Avremmo quasi preferito che in quest’ultima pubblicazione Alasdair Roberts avesse davvero deciso di reinterpretare alcune canzoni significative della sua fanciullezza nella Scozia rurale (ma poco male). Ci saremmo trovati nuovamente di fronte ad uno dei suoi studi profondi sulla tradizione e forse avremmo capito meglio cosa lo abbia davvero influenzato fin dalla più tenera età.

Per certi versi ha fatto di più, nel senso che ha deciso di lavorare su proprie songs, per altri invece, piuttosto che proiettarsi in avanti con il suo tipico (pur se estremamente misurato) approccio sperimentale, ha deciso di guardarsi indietro, oltre che dentro, tornando ad alcune delle composizioni dei suoi primi album, quelli pubblicati tra il 1994 e il 2001 sotto lo pseudonimo di Appendix Out, ovvero sia The Rye Bears A Poison, Daylight Saving e il più adulto The Night Is Advancing (un repertorio, da allora, raramente rivisitato) – a completare questa nuova raccolta, contraddistinta da un’insolita maggiore musicalità, ci pensano poi un paio di “divertissement” del periodo eseguiti in collaborazione (rispettivamente con i Leopards e Jason Molina), First Perthshire House Song e Second Perthshire House Song, e l’ultima composizione pubblicata a nome Appendix Out, l’evocativa The Language In Things, apparsa solo in una curata raccolta del 2002, edita dalla Pastels.

D’altronde, con ogni probabilità, non avrebbe potuto fare altrimenti, muoversi tanto diversamente.

Bloccato a Londra dalle stringenti restrizioni del lockdown, Roberts è tornato inevitabilmente a riflettere sui propri passi, chissà se con più o meno nostalgia, ha imbracciato la chitarra elettroacustica e si è predisposto a far rivivere vecchie canzoni, a concedere loro nuovo spazio, aria da respirare, in una chiave sì più armoniosa e tradizionale, ma anche più magnetica ed autorevole.

Appena diventato padre, è come se avesse voluto tracciare una linea definitiva tra un prima e un dopo, ninnare per un ultima volta il bambino che è stato (si ascolti qui la commovente Frozen Blight, tutta giocata come su un esile emotivo filo), oppure cominciare a cullare direttamente la creatura appena arrivata.

Li si vada a riascoltare quei primi album. Roberts aveva appena terminato le scuole superiori, eppure (per quanto in nuce) le sue singolari qualità di riflessivo musicista e songwriter erano già tutte in bella evidenza (a cominciare da Ice Age, la più antica di queste composizioni, che gli valse subito l’attenzione di Will Oldham e dell’americana Drag City), con i suoi stralunati arpeggi su accordature “bislacche”, il suo procedere peregrino e ellittico, le sue storie come provenienti dal tempo profondo (si apprezzi qui il sontuoso passo di The Groves of Lebanon), o dall’intimità ancestrale di focolari primordiali (Arcane Lore), e le sue filamentose liriche su amore, mitologia e cosmologia.

L’estate è appena cominciata, ma (anche a partire dalla suggestiva foto di copertina) questo sarebbe proprio l’album perfetto per avvicinarsi all’inverno (si ascoltino Tangled Hair, Exile, la conclusiva Autumn), con atmosfere che potrebbero non dispiacere ai conterranei Salt House.

D’altro canto che cosa ci si poteva aspettare da questo introverso e meditabondo bardo dell’antica Caledonia ?

Una meraviglia.

Marco Maiocco

Dischi

“Coltivato in casa”

Neil Young

“Homegrown”

Reprise Records, 2020

Siamo alle solite, e che solite. Dopo la pubblicazione tre anni orsono del leggendario Hitchhiker, risalente al lontano 1976, Neil Young ha deciso di mettere da parte anche le ultime remore e dare finalmente alle stampe un altro album perduto o nascosto (anche se cinque delle sue dodici tracce – Love Is A Rose, Homegrown, White Line, Little Wing e Star Of Bethlehem – hanno comunque trovato posto in album successivi), estratto dal suo ricco profondo granaio, di cui fino ad oggi si era solo favoleggiato (o poco più): stiamo parlando del “down albumHomegrown, datato 1975, nato sull’onda emotiva della sofferta conclusione del rapporto con l’amata attrice Carrie Snodgress.

D’altronde quando Dylan chiama, Neil Young risponde, o viceversa – i due sono ormai anni che pubblicano opere in contemporanea (anche se il forzato stop per l’emergenza Covid-19 in questo caso ci ha messo del suo).

Metà degli anni settanta, il periodo forse più prolifico per Neil Young, ed anche il più difficile, tormentato, segnato dalla cosiddetta trilogia del dolore (Time Fades Away, On The Beach, Tonight’s The Night): la separazione da Carrie, la diagnosticata malattia del figlioletto Zeke, la morte di cari amici come Danny Whitten e Bruce Berry.

Homegrown, che Neil Young ha definito una sorta di ponte o anello di congiunzione tra Harvest e il ritrovato buonumore di Comes A Time, oltre che una specie di tentativo di scrivere alla maniera dell’ammirata amica Joni Mitchell (come egli stesso dichiarò nel ’74 al celebre cronista di Rolling Stone Cameron Crowe, così rivelando al pubblico, forse inavvertitamente, e per la prima volta, l’esistenza stessa dell’album), era (a suo giudizio) troppo intimo, privato, doloroso, personale, per essere pubblicato, una sorta di lato oscuro di Harvest, di cui a quanto pare allora non sentiva proprio il bisogno.

D’altronde, dopo la pubblicazione del capolavoro On The Beach, cos’altro di più triste, disilluso e malinconico si poteva ancora pubblicare (ammesso che fosse necessario) ? Tonight’s the Night giustappunto, perché questa fu la “bizzarra” scelta del songwriter originario di Toronto (le “aperture” di Zuma erano ancora ben lontane), che come lui stesso ammise: Se hai intenzione di mettere su un disco alle 11:00 del mattino, Tonight’s The Night non va bene. Meglio i Doobie Brothers.

Comunque, a distanza di quarantacinque anni, il meditabondo e peregrino Homegrown non suona poi così triste e oscuro (lo deve aver pensato anche Neil), a partire dalla luminosa smagliante copertina in stile old time, e dall’iniziale, elegante e ritmata Separate Ways, che in effetti, un po’ alla maniera di Hey Bulldog rispetto a Lady Madonna (beatlesianamente parlando), suona davvero come una sorta di malinconica alternativa faccia di Out on the Weekend, celebre brano d’apertura del blasonato Harvest.

Homegrown che potremmo definire l’album The Band di Neil Young, grazie all’illustre presenza di Robbie Robertson (si ascolti il suo inconfondibile e magico tocco nella relativa splendida title track, in We Don’t Smoke It No More, nel regale passo elettrico di Vacancy, anche se ci pare più a “rumori” di contorno, oppure alla seconda forbita “voce” nell’acustica White Line – una voce e una chitarra, parafrasando la celebre canzone napoletana), dell’altrettanto inconfondibile Levon Helm alla batteria, e del dimenticato Stan Szelest (parte dello storico gruppo per un breve periodo), oltre ad un’ancora timida Emmylou Harris (Try e Star of Bethlehem), allora praticamente agli esordi, che poi (neanche a dirlo) impreziosirà il celebre The Last Waltz di Martin Scorsese.

Niente di memorabile, e però decisamente più di una “semplice” testimonianza o di uno sbiadito ricordo. Un’ulteriore, non pletorica, documentale “istantanea” di un periodo, un contesto, uno spirito, un suono, non da ultimo un’anima. Marco Maiocco

Approfondimenti · Dischi

The Great Beyond

Bob Dylan

“Rough and Rowdy Ways”

Columbia Records/Sony Music, 2020

Dobbiamo essere sinceri, la cosiddetta recente fase sinatriana, dopo l’ultimo album di inediti, il dignitosissimo e magmatico Tempest, risalente all’ormai lontano 2012, noi l’abbiamo sofferta.

E non per non averla compresa – Sinatra è stato il più grande cantante popular di sempre (oppure no ?), lo pensava anche Miles, che con Sinatra non aveva niente in comune (oppure sì ?), se non forse l’egocentricità, e giustappunto il suono, che era riuscito a plasmare anche grazie all’esempio della voce di Sinatra; vocalist unico per timing, intonazione, portamento, nitore prosodico, e potremmo continuare (non per niente lo avevano soprannominato The Voice) -, ma perché Sinatra è per noi da sempre il volto di tutto quello che non dovrebbe essere, con buona pace delle sue lontane origini liguri (ma chissà, forse c’era del buono anche in lui). – del resto That’s Life ci avrebbe cantato ridendo.

D’altronde, si sa, Dylan macina (o remugina) da sempre, alla stregua di un eterno John Hammond, ogni aspetto della composita e burrascosa cultura americana, che nelle sue opere non fa che incessantemente fermentare, essiccare, frantumare, diluire, filtrare, ricomporre, restituire al senso, plasmare, proprio come farebbe un signore del tempo, o un mastro birraio (vedete un po’ voi), egli stesso naturale, inesorabile, determinante, imprescindibile, agente atmosferico.

E d’altro canto è del tutto evidente (alle orecchie, si intende) come l’aver passato tutti questi ultimi anni ad immedesimarsi nel ruolo di crooner, a sussurrare più o meno paludati standards d’altri tempi, gli abbia consentito di perfezionare al meglio tutta la sua (più o meno nascosta) musicalità, mettere definitivamente a punto le sue notevoli qualità di musicista e cantante (con la sua voce sempre più glissante e gracchiante diventata al contempo sempre più “nuvolare”, cantabile, educatamente modulante), in aggiunta a quelle di straordinario songwriter e storyteller, instancabile testimone e trasfiguratore del suo tempo.

Lo diciamo perché questo suo ultimo, diremmo monumentale, se non fosse troppo altisonante, Rough and Rowdy Ways è prima di tutto un album di musica eccezionale, contemporanea, popolare, enciclopedica, magistrale, intima, malinconica, ruggente, grazie anche al fondamentale contributo dei fidati Charlie Sexton e Bob Britt alle chitarre, Donnie Herron a steel guitar, violino e accordeon, Tony Garnier al basso e Matt Chamberlain alla batteria – una performance suprema la loro, ottemperata nell’unico modo possibile con cui si può pensare di accompagnare Dylan, e cioè imitando qualcuno che non sa suonare, che a propria volta imita qualcun’altro che sa suonare, oppure più semplicemente effettuata in una sorta di esemplare modalità understatement (e però li si ascolti fluttuare in Goodbye Jimmy Reed, energico sulfureo omaggio ad uno dei grandi della storia del blues, sorta di rurale T Bone Walker elettroacustico).

Pare che in piena quarantena, al tempo di un tempo senza tempo, liquido e dilatato, all’interno del quale letteralmente nuotare od annaspare, sentirsi mancare il fiato, intorno alla surreale mezzanotte di un attonito e sospeso venerdì, Bob Dylan abbia deciso (certo non per mettersi lì a mellifluamente confortare) di lanciare il primo “singolo” di questo ennesimo capitolo discografico, il trentanovesimo, a settantanove anni suonati: un’altra occasione per cantare ancora una volta di storia americana e d’amore (My Own Version of You e I’ve Made Up My Mind to Give Myself to YouFrom Salt Lake City to Birmingham / From East L.A. to San Antone / I don’t think I could bear to live my life alone ! -, potrebbero tranquillamente far parte di Blood on The Tracks, così come, per altri versi, pur se in chiave maggiormente vintage, False Prophet – nel senso che non c’è nessun profeta, tutt’al più un uomo pieno di contraddizioni, ed ecco spiegato l’iniziale riferimento alle “moltitudini” whitmaniane, “primo tra i pari, secondo a nessuno, ultimo dei migliori” – potrebbe essere uscita da una registrazione perduta di Highway 61 Revisited.

Stiamo parlando dei quasi diciassette minuti, pubblicati a parte (in un secondo dischetto), della densa, stratificata, amniotica, Murder Most Foul (il delitto più efferato), una citazione dall’Amleto di Shakespeare, quando lo spettro del padre descrive ad Amleto la propria violenta morte.

Una ballata che torna a riflettere, a ben 57 anni di distanza, e in un altro decisivo (più o meno) misterioso momento storico, sull’omicidio di John Fitzgerald Kennedy (lo aveva già fatto qualche anno fa Eric Andersen, ma in un’altra maniera, reinscenando in musica, suoni e parole il terribile brutale omicidio), quando a buona parte dell’America più raziocinante ed umanista fu definitivamente chiaro che c’era uno Stato nello Stato, e che la “democrazia” a stelle e strisce (come in realtà fin dall’inizio) aveva ormai platealmente tradito il suo popolo, come a noi ha insegnato molto tempo fa Oliver Stone (ma in questo modo non abbiamo certo intenzione di santificare JFK). – We’re gonna kill you with hatred / Without any respect / We’ll mock you and shock you / And we’ll put it in your face. It’s a Murder. Most. Foul.

Una ballata che in realtà è molto altro ancora, intrisa com’è di citazioni e rimandi, allegorie e metafore ancora tutte da scandagliare (almeno per quanto ci riguarda), e che solo uno straordinario cantastorie come Dylan potrebbe riuscire a tenere per tutto quel tempo, facendoti sperare che di fine non ce ne sia, che la ruota del racconto, come azionata da una manovella meccanica a moto perpetuo, continui a girare, girare, per sempre girare.

Lo aveva già fatto (su per giù) venticinque anni fa nel conclusivo, quasi ineffabile, caracollante blues in sedici del capolavoro Time Out Mind, quando nell’ipnotica, surreale e ultraterrena Highlands era sembrato che stesse addirittura accomiatandosi dalle umane vicende, proprio come qui sembra accadere nella grave e funerea Black Rider o nel blues a sfondo storico e metaforico Crossing The Rubicon (è di Giulio Cesare che vi si parla o di un cantastorie di Duluth, Minnesota, di nome Robert Zimmerman ? Chi dei due si trova “a tre miglia a nord del Purgatorio, ad un passo dal grande oltre” ?).

Le cose, ha scritto brillantemente qualcuno in questi giorni, non accadono una volta e poi basta – questa è la favoletta che ci propinano a scuola (fino a che ci sarà) quando si degnano di insegnare la storia. La verità è che non ci sono punti fissi, che le cose continuano ad accadere, che le ingiustizie continuano a perpetrarsi, così come le meraviglie fortunatamente ad inverarsi (cerchiamo d’essere ottimisti). Ecco perché i personaggi più disparati, reali o immaginari, magari figli della fiction americana, possono tranquillamente convivere, come in un eterno continuum, nel racconto musicale dylaniano: da Buster Keaton a Dickey Betts, dal Generale Patton ad Elvis Presley, da Martin Luther King a Indiana Jones, da Scarface Al Pacino al Padrino Marlon Brando, da Thelonious Monk a Charlie Parker, e potremmo andare avanti, animatori tutti, volenti o nolenti, del circo caleidoscopico o del “ruvido e turbolento” romanzo americano.

Un romanzo americano intessuto in primis dagli spazi stessi del mitico paesaggio statunitense, che in questo caso non può che terminare nella luce metafisica e dorata di Key West, il punto più a sud degli Stati Uniti, oltre che singolarmente all’estremo est, a pochi chilometri da Cuba: Key West is the place to be if you’re looking for immortality / Stay on the road, follow the highway sign / Key West is fine and fair, if you’ve lost your mind, you’ll find it there / Key West is on the horizon line, recita il bardo nella conclusiva Key West (Philosopher Pirate), tributo agli amici scomparsi della beat generation.

Nell’unica intervista, rilasciata al liberal New York Times, in occasione del lancio di questa sua ultima fatica discografica, Dylan ha dichiarato di essere stato nauseato senza fine, di essere stato male, nel vedere George Floyd torturato a morte in quel modo: “è stato oltre l’orrore”. Possiamo ovviamente credergli (neanche a dirlo): già in Hurricane, quarantaquattro anni fa, denunciava le brutalità della polizia: “Se sei nero, potresti anche non farti vedere per la strada / A meno di non volerti attirare addosso il fuoco”.

La copertina di questo suo ultimo disco (la tenera swingante immagine di una balera), immaginata prima dei recenti tragici fatti, è stata per altro scattata 56 anni fa a Whitechapel dal fotografo Ian Berry, in occasione di un reportage sulla cultura nera in Inghilterra, allora pubblicato dall’Observer: oltre mezzo secolo purtroppo non sembra passato, ci si continua a guardare, a dirla con un eufemismo, da opposte prospettive etnografiche (oppure no ?).

Sempre in un passo della sopracitata intervista Dylan risponde alla domanda cos’è il razzismo americano ?: “è ogni cosa: Indiana Jones e J.F.K., Elvis Presley e Jimmy Reed: niente esiste senza il resto. Nessuno di noi è assolto e nessuno di noi è risparmiato.”

Siamo oltre il capolavoro, forse oltre la stessa linea di confine delle cose terrene (anche se speriamo naturalmente di no, all’insegna di “un altro giorno che non finisce, un’altra barca pronta a salpare, un altro giorno di rabbia, amarezza e dubbio” da coltivare). Grazie di tutto. Marco Maiocco

 

Approfondimenti · Dischi

Il concertante chitarrismo rock di Richard Thompson

Richard Thompson

“Live at Rock City – Nottingham 1986”

Angel Air, 2020

Nel novembre del 1986 andava di certo altra musica, come del resto anche oggi, ma quanto, a distanza di trentacinque anni, non sembra invecchiata affatto, rispetto a tante altre allora coeve e di maggior successo, la musica di Richard Thompson. – La differenza è sempre quella che passa tra le mode, i motivetti pop, le sonorità del momento, ed un euristico percorso artistico, intensamente rappresentativo dell’esistenza stessa del suo autore.

Ce lo ripetiamo da tempo, quella fase della vicenda artistica di uno dei più grandi chitarristi e protagonisti di sempre della popular music (che a volte ci viene da considerare come una sorta di Knopfler “disadorno” – sul piano del sound non su quello tecnico), contraddistinta per esempio da dischi del valore di Across a Crowded Rooms o Daring Adventures (che in quel momento era l’album da lanciare), non ci pare sia stata adeguatamente raccontata, scandagliata, considerata (e con queste poche righe di certo non colmeremo la lacuna).

Archiviata (si fa per dire) l’esperienza di vita e musicale con la moglie Linda (poi ritrovata negli ultimi anni), vita a cui il malinconico, se non oscuro, capolavoro Shoot Out The Lights aveva in qualche modo fornito il doloroso commiato finale, già a partire dal successivo, solitario (almeno dal punto di vista dell’immagine di copertina) e in realtà più rilassato Hand of Kindness, Thompson comincia a sviluppare un nuovo, avventuroso, combattivo, innovativo, sempre attuale, calato nel presente (considerate anche le sue notevoli qualità di songwriter), ed enciclopedico stile chitarristico, con una parabola estetica che indicativamente potremmo fare andare da Django Reinhardt, o magari Jim Hall, al rock ‘n’ roll delle origini, fino al punk rock o punk folk (sul piano della disposizione d’animo, non certo su quello musicale), passando ovviamente per le cadenze del folk rock, e non solo.

Uno stile digressivo, sognante e ribelle, che lo avvicinerà sempre di più, anche nell’idea di sé, oltre che nell’immaginario iconografico, ai più classici, sferraglianti, scatenati ed irredenti guitar heroes della storia del rock (per esempio ad un Rory Gallagher), mai d’altro canto facendogli perdere di vista l’originaria, caratteristica, leggendaria, intarsiata e imprevedibile (che è già un paradosso in ambito formulare: i suoi fulminanti, mirabolanti, visionari, armonicamente e ritmicamente intricati soli non si sa mai dove possano andare a parare) anima popolare di partenza (detta all’italiana): un modo per dimostrare quanto il folk rock potesse semplicemente essere rock e basta. – Un rock per altro sempre vivo e necessario.

Tra alti e bassi (qualche momento di distrazione o forse più volutamente confuso e sgangherato, ma se possibile ancor più vitale, credibile, verace, spontaneo), questo live da un altro mondo (oppure da sempre lo stesso), probabilmente ripreso in occasione di una registrazione radiofonica, ne offre una magistrale, documentale ed emozionante testimonianza. Spettacolare. Marco Maiocco

Approfondimenti · Commenti

Nessuno si scordi dove siamo (perché non è proprio il momento)

Un po’ di cose a spanne, sempre procedendo per rapide, del tutto imprecise, intuizioni, perché tanto scostare il “velo di Maya” è ormai divenuto impossibile.

  • Il Premier Conte (nostro curatore fallimentare ?) continua a prendere tempo, oggi rimandare tutto a settembre, perché “poveraccio” non sa proprio che cosa fare (si vedano i suoi estetici, per non dire cosmetici, diversivi Stati Generali).
  • In Europa si continua a non mettersi d’accordo, come ha certificato ancora una volta l’inconsistente Consiglio Europeo di ieri, gli eventuali aiuti arriveranno sempre un domani, e comunque prevalentemente sotto forma di prestiti rateizzati.
  • In Italia, Paese prossimo al collasso per crisi finanziaria e debitoria (e però sempre in grado di accedere agli odiosi mercati per reperire risorse – aspetto non trascurabile), c’è qualcuno che (anche con una certa parte di ragione, per lo meno rispetto a tutta una serie di altre argomentazioni) propone di emettere obbligazioni “volontarie” – virgolettato perché l’alternativa è aumentare pesantemente le tasse o cominciare direttamente con i prelievi forzosi, ma per carità non siamo mai stati contro una patrimoniale sensata -, quando invece l’unica cosa a cui bisognerebbe sistematicamente pensare è quella di emettere in tempo BTP, in modo che la BCE li possa acquistare, almeno finché glielo permetteranno.
  • C’è poi chi – e sono in tanti purtroppo (con l’appoggio, anche misterioso, oltre che ottuso, della maggior parte del sistema mediatico) – continua vergognosamente a proporre di firmare trattati internazionali capestro come il MES, perché “è senza condizioni, siamo stati bravi a convincere gli altri a modificarlo, sta per andare addirittura a tassi di interesse negativi” (tra un po’, diceva qualcuno, ce lo rifileranno anche con un set di pentole annesso).
  • MES che altro non è, quantomeno provando a sviluppare una qualche forma di ipotesi, che una classica moneta o merce di scambio: i governanti tedeschi (ma anche quelli olandesi, austriaci, genericamente nordici) devono poter andare a dire ai loro popoli, che in buona parte il cosiddetto “pranzo agli altri” non lo vogliono pagare, che sì è vero la BCE si sta comportando un po’ troppo da vera Banca Centrale, ma che intanto i Paesi scialacquatori del Sud saranno sempre più costretti ad “aiutarsi anche da soli”, firmando trattati macro economicamente ancora più stringenti del famigerato patto di stabilità solo temporaneamente sospeso.
  • Da questa parte delle Alpi si continua a non capire (o a fare finta) che sono proprio i tedeschi (con i quali sia chiaro non ce l’abbiamo, non ce l’abbiamo con nessuno, se non con i potenti e con un mondo costruito in modo tale che qualcuno comandi e qualchedun’altro esegua) quelli che godono dei maggiori vantaggi dalla moneta unica e dal mercato comune (è in questo modo, con tutto il loro surplus commerciale, che tengono in piedi le due asimmetriche parti del Paese, il loro ottimo sistema di welfare e i loro meravigliosi conti pubblici, in equilibrio quanto quelli privati pare che proprio non siano, e non se ne parla mai abbastanza: tutto il contrario di quel che avviene dalle nostre parti), e che forse “spaventarli” un po’, circa la reale tenuta dell’Europa, invece che optare costantemente per una politica di asservimento, se non direttamente cedevole di fronte ai loro più o meno velati ricatti, perpetrati per altro nascondendosi, più o meno volutamente (ma come prendersela più di tanto con la Merkel ?), dietro le sentenze della Corte Costituzionale Tedesca, potrebbe finalmente giovare, in funzione di un vero e proprio processo di integrazione.
  • Fanno dunque bene i 5 Stelle a tenere il punto sul MES, mettendo in crisi Conte (e però fino a quando ?), e ad insistere (da forza politica finalmente adulta ?) sull’elaborazione di misure più solidali e condivise come la costruzione (ancora tutta da mettere a punto purtroppo) di un Recovery Fund, che però non funzionerà tanto diversamente dalle logiche di prestito e di sorveglianza speciale del MES, oltre a consistere in una quantità di denari (in buona parte anche nostri) che eventualmente arriveranno a rate tra il 2021 e il 2027.
  • Quel che occorrerebbe sarebbe probabilmente una vera Unione Europea con un suo ampio e degno bilancio gestito dalla Commissione, un suo esclusivo ordinamento giuridico (non l’attuale demoniaca giustapposizione di ordinamenti), una politica fiscale comune, un Tesoro espressione della Commissione e del Parlamento, che fosse realmente in grado di sviluppare una politica economica, e una BCE in grado di fare il proprio lavoro senza doverlo svolgere sottobanco. Il sogno sarebbe forse quello di uno Stato Federale, svincolato da stringenti logiche banco centriche, e nel pieno controllo della sua politica monetaria (oppure no ?).
  • Altrimenti sarebbe veramente l’ora di dirsi “addio”, andando ognuno per la propria strada – chissà che magari a quel punto i tedeschi non avrebbero finalmente un sussulto.
  • Alla base di tutto questo, a stritolarne ancor più le vorticose dinamiche, insiste sempre e ancora l’emergenza sanitaria (reale o presunta, naturale o pilotata, temporanea o permanente), che altro non è che una straordinaria scusa od opportunità per il sistema capitalistico, o meglio per le forze che al suo interno stanno prendendo definitivamente il sopravvento, di passare ad un modo di produzione della ricchezza ipertecnologico, virtuale, digitale, remoto, prevalentemente svincolato da un effettiva concretezza o fisicità (che deve scomparire sotto luminescenti fantasmatiche stratificazioni di software e applicazioni colorate), sull’onda dell’idea che la realtà (soprattutto quella scomoda) deve farsi da parte; che le relazioni sociali (o quel poco che ne era rimasto) devono evaporare; che la scuola, nei termini relazionali in cui la conoscevamo, non deve esistere più (chi difende la funzionalità della DAD, dopo i primi iniziali disorientamenti, ed anche comprensibilmente, dal punto di vista di chi pensa che tanto la scuola non è riformabile – oppure no, oppure bisogna semplicemente farla altrove, dal basso, in ogni dove e in ogni luogo -, sta semplicemente perdendo di vista il drastico accelerato processo complessivo); che i nuovi schiavi o lavoratori – quando un lavoro ce l’hanno – devono stare a casa (sempre quando ce l’hanno); accettare d’essere pagati di meno, d’essere sempre raggiungibili e a disposizione; che per esempio nessuno utilizzerà più un buono pasto, con buona pace di un esercito di esercenti in disfacimento; e che i Big Data e la loro trasmissione in tempo reale, votata ad un super controllo di tutto e tutti, dovranno trionfare, etc, etc, ..
  • Il tutto nell’ambito di una nuova guerra fredda, più o meno dichiarata, che è proprio sulle nuove tecnologie che sta (per il momento) combattendo le sue battaglie principali, oltre che su come affrontare un virus dall’eziologia e le incidenze misteriose (oppure dalla sopravvalutata, ad arte, pericolosità, anche oggi che ne conosciamo abbondantemente gli effetti), con l’Impero dell’Ovest, decadente e però immarcescibile (e che, per inciso, farà senz’altro pagare ancora una volta al mondo la sua ennesima disdicevole crisi interna), sempre pronto a fare il buono e il cattivo tempo, secondo l’eterna idea che ogni suo alleato deve continuare ad essere un vassallo, che un’Europa unita è meglio che non esista (figuriamoci se a conduzione tedesca), e che se c’è da aprire alla Russia o alla Cina per questioni di utilità politica e commerciale “ci pensiamo noi, che nessuno si immagini di potersi districare liberamente, o di anticiparci, in questioni strategiche di questo tipo”, perché altrimenti ecco che come dal nulla spuntano i dossier, un imbarazzante finanziamento di qui, l’altro proveniente da là, e così via … (a dirlo non siamo noi, lo ha detto candidamente qualche sera fa in TV il navigato manager di Stato e banchiere Franco Bernabè, disquisendo a proposito di “logiche” di alleanza, ma gli è sfuggito, gli e scappato, o forse le sue parole, quelle di uno storico dirigente ormai super arrivato, più o meno libero dai condizionamenti ed incurante delle possibili conseguenze, sono semplicemente sfuggite al controllo di Lilli Gruber .. )

Marco Maiocco

Approfondimenti · Appunti

La ruota delle meraviglie

Oggi non riusciamo a toglierci dalla mente (chissà che scriverne non ci aiuti a liberarcene, sempre che sia necessario) questo sublime motivetto utilizzato per accompagnare, proprio come un classico tormentone, la splendida interpretazione della meravigliosa Kate Winslett – ogni tanto, in questa vuota società dell’intrattenimento, c’è ancora qualcuno che dimostra di sapere cosa significhi recitare (o cosa potrebbe voler significare) – ne La ruota delle meraviglie dell’immarcescibile Woody Allen, eterno manierista di se stesso, che ieri abbiamo avuto la ventura di incrociare su un canale Rai.

Loro erano i Mills Brothers, i re delle armonie – facevano tutto utilizzando esclusivamente le voci, che riproducevano il suono di cornette, tuba e trombone, sostenute dai rapidi accordi di un’agile chitarra ritmica (potremmo dire alla maniera di un Joseph Reinhardt o viceversa).

Quartetto vocale neroamericano di Piqua (Ohio), formato dai fratelli Harry, John, Herbert e Donald, in grado di “ideare imitazioni vocali incredibilmente accurate di strumenti musicali, al punto che, al loro apice, era quasi impossibile distinguerli da un gruppo strumentale.” (Alyn Shipton)

Equivalente laico dei quartetti gospel afroamericani del Sud, formatisi alla corale “scuola armonica” del cosiddetto barbershop style – il padre d’altronde gestiva un negozio di barbiere davanti al quale si esibivano – “raffinarono il loro numero strumentale durante un ingaggio di dieci mesi alla stazione WLW di Cincinnati alla fine degli anni ‘20. Quando nel 1931 iniziarono ad incidere per la Brunswick, appena un anno dopo essere arrivati a New York, sui loro dischi appariva la dicitura: in questo disco non sono stati usati strumenti musicali o apparecchi meccanici ad eccezione di una chitarra.”

Strabilianti armonie le loro (vere e proprie astratte stupefacenti, soprattutto agli esordi, modulanti “nuvolarie” campiture di colore), ancora oggi in grado di fare scuola, complici anche le tecniche di registrazione di allora (era il tempo delle prime, comunque ancora attutite, “soffici”, registrazioni elettriche), che però i quattro sapevano sfruttare a meraviglia, se non alla perfezione, grazie ad un uso sapiente del microfono. Buon ascolto.

Marco Maiocco