Approfondimenti · Dischi

La suite marittima di Peter Bellamy

Peter Bellamy

“The Maritime England Suite: “We Have Fed Our Sea For A Thousand Years” (Songs Of The Sea From The Saxons To The 19th Century)”

Fellside Recordings, 2018

Il lavoro di Peter Bellamy, indimenticato folk singer e ricercatore, originario dell’East Anglia, scomparso a soli quarantasette anni nel 1991, capace come pochi altri di reinterpretare, arricchire o addirittura modificare dall’interno la tradizione, fondatore (tra le molte cose), intorno alla metà degli anni ’60, del trio The Young Tradition, è stato fortemente influenzato dalle opere e gli scritti di Rudyard Kipling; non solo dalle sue più conosciute, acclamate e vernacolari Barrack Room Ballads del 1892 (da Bellamy musicate nel 1973 e poi registrate nel 1975), ma anche dai libri per bambini scritti da Kipling, che hanno ispirato due suoi storici album: Oak Ash And Thorn (1970) e Merlin’s Isle of Gramarye (1972).

Questo interesse per il noto scrittore e poeta britannico di origini indiane era in parte legato ad una sorta di teoria (ma nel caso di Kipling assolutamente confermata), ovverosia che poeti molto ritmici come Rudyard Kipling non potessero fare a meno, nell’atto di scrivere versi, di canticchiare o fischiettare brani popolari, proprio per regolare il procedere metrico, il vivace andamento musicale dei loro componimenti poetici o poeticamente prosaici.

Non fu una sorpresa quindi, quando nel 1982 Peter Bellamy decise di tornare alle opere di Kipling, prima con l’uscita dell’album Keep On Kipling, e poi nell’ambito di un progetto molto più vasto e ambizioso, ispirato (fin dal titolo) alle parole (forse un po’ troppo enfatiche e celebrative della marineria inglese, anche se umanamente partecipi di tutti i suoi sacrifici) del celebre scrittore e romanziere, vale a dire la suggestiva The Maritime England Suite: “We Have Fed Our Sea For A Thousand Years” (Songs Of The Sea From The Saxons To The 19th Century).

Ideato come un ciclo di songs a tema marittimo, in occasione delle celebrazioni dell’Anno Marittimo Nazionale, con il compito di raccontare e attraversare la ultra millenaria storia navale britannica (isola, la Gran Bretagna – diceva Carl Schmitt -, che con l’intento primo di non subire l’assedio dei marosi bensì di affrontarli coraggiosamente, è stata capace essa stessa, e nemmeno troppo metaforicamente, di diventare nave, dislocarsi altrove e così – purtroppo o per fortuna – conquistare il mondo), il progetto, che univa tradizione popolare, antiche ballate in tema, estrapolate dai classici cataloghi Child e Roud, e alcuni riflessivi componimenti poetici kiplingiani opportunamente musicati, avrebbe dovuto essere realizzato in grande stile, con vari musicisti, orchestrazioni e una sontuosa confezione a colori.

Ma i soldi necessari per la realizzazione dell’impresa risultarono troppi, nessuna casa discografica si prese la briga di produrre l’opera, e dell’intera operazione finì per girare solo una sorta di demo tape a tiratura limitata (con un’immagine di copertina fotocopiata), intitolata semplicemente The Maritime England Suite, che Bellamy cominciò a vendere più o meno timidamente nei piccoli folk club.

Tale registrazione includeva solo il trio di Bellamy, con Peter alla voce, la brava Dolly Collins, sorella della più celebre Shirley, ai validi non trascurabili arrangiamenti e ad una sorta di mozartiano pianoforte rurale (martellante e verace come solo certi pianoforti casalinghi verticali possono essere – almeno questa l’impressione -, e al contempo ugualmente soave e leggiadro), e Ursula Prank (della Third Ear Band) ad un colto e ronzante violoncello. La stessa line up che apparve in una trasmissione televisiva della BBC dal titolo We Have Fed Our Sea, andata in onda in due puntate il ​​28 dicembre 1982 e il 15 febbraio 1983.

E però, il risultato dell’insuccesso discografico o meglio operativo fu purtroppo che i master tape originali della Maritime England Suite sparirono presto dalla circolazione, mentre tutta una serie di nastri pirata presero a documentare più o meno efficacemente alcune esibizioni dal vivo.

Ma, proprio di recente, lo studioso Paul Adams della Fellside Recordings, è finalmente riuscito a lavorare su un’altra serie di nastri, probabilmente provenienti da alcune sessioni di prove (secondo dichiarazioni dello stesso Bellamy riportate alla luce), ed è quindi stato in grado di mettere in piedi per la prima volta un’intera restaurata versione della suite (con anche tutti i riverberi e gli sbalzi acustici tipici dei nastri avvolgibili delle vecchie K7), mantenendo il suo rigoroso (quasi accademico) asciutto impianto originale, costituito da due parti di sei song ciascuna (tra loro in successione senza alcuna soluzione di continuità), ed entrambe introdotte da due brevi preludi strumentali.

A risultarne è un’opera coinvolgente o meglio carismatica, dalla rara essenziale raccolta intensità, al cui interno il canto di Bellamy, per una volta lontano dal suo più tipico, scoppiettante, cosiddetto marmite style (anche se in questo senso ci sarebbe da discutere), accompagnato dalle due avvolgenti ed empatiche strumentiste, e per altro messo davvero alla prova (come forse non mai), acquista una profondità interpretativa ed una (come ondivaga) icastica ricchezza lirica (proprio da voce del mare) davvero degne di nota.

A passare così in rassegna, oltre a tre poemi di Kipling trasportati in musica, sono una serie di austere e al contempo poetiche versioni di classici della tradizione, incentrati sul tema della vita in mare e su storiche vicende di mare, come Sir Patrick Spens, Sir Andew Barton, The Death of Nelson, The British Man of War, You Gentlemen Of England, Andrew Rose & The Cruel Ship’s Captain, ed altre ancora.

Mentre a completare questa sorta di suggestiva “riedizione” ci pensano cinque bonus track, ovverosia quattro traditional Roud, già apparsi in precedenti album di Bellamy e però sempre in tema, sia rispetto al mare che alle parole di Kipling (si ascolti per esempio Big Steamers, descrizione kiplingiana di una nave a vapore), e una versione live di Warlike Seamen, realizzata in duo con Louis Killen. Un valoroso documento. Marco Maiocco

Approfondimenti · Dischi

Tra blues, west coast e southern sound

Eric Lindell

“Revolution In Your Heart”

Alligator Records, 2018

Tra i tanti dischi (ma per carità, mai abbastanza e certo non sufficientemente assimilati) che più ci hanno suggestionato nel nostro percorso d’ascolto vi è senz’altro lo storico (anche se relativamente recente – datato 2001) Back To Bogalusa del bluesman texano (chitarrista violinista nero americano) Clarence ‘Gatemouth’ Brown, che è sempre stato affascinato dal pirotecnico e polifonico (intriso di fiati e incalzanti ritmi da “martedì grasso”) New Orleans style, dai sornioni boogie woogie e dai saltellanti e “sgangherati” intervalli su anneriti tasti d’avorio, tipici delle appiccicose “paludi francesi” attorno alla mitica Crescent City.

Ed è a quello splendido disco (in qualche modo lascito finale, anche se privo di particolare seriosità), che omaggiava un lontano periodo di formazione nel mitico “salgariano” bayou country di creedenceiana memoria, accanto a personaggi del calibro di Professor Longhair, che quest’ultimo lavoro di Eric Lindell (il quarto per la prestigiosa e specializzata Alligator), complice soprattutto il fatto che sia stato registrato proprio nella cittadina della Louisiana Bogalusa, ci ha immediatamente rimandato (la chitarra di Lindell, in effetti, “canta” con la stessa espressiva eleganza, anche se in una più decisa, composita e moderna chiave r&b, di quella di Clarence Brown, poi magari richiamando anche il blues soul di Albert King, da una parte, e a tratti, dall’altra, il più diretto – invece – blues elettrico di Chicago).

Eric Lindell, però, è nato nel lontano e vicino 1969 a San Mateo (California), non lontano da San Francisco; conosce (sì) il blues, il magmatico screziato (scuro e al contempo riverberante) linguaggio del sud, ma anche il rock, il west coast sound (magari quello più ricco, articolato, consapevolmente affondato nelle molteplici radici del suono americano), pur poi avendo completato la propria stratificata formazione umana, artistica, musicale, grazie anche a personaggi del valore di Brandford Marsalis, nelle sonore e musicali strade della “sorgiva” New Orleans.

Questo luminoso e tutto sommato convincente Revolution In Your Heart lo vede nelle vesti di cantante, chitarrista, valente autore e orchestratore dell’intera scaletta, e poi anche in quelle di abile tutto fare (bassista, tastierista, pianista e persino agguerrito armonicista nel vivace rock ‘n’ roll finale The Sun Don’t Shine). Sì, perché d’altri musicisti non ce n’è, a parte il pianista Kevin McKendree (in un solo brano), e l’onnipresente, talentuoso ed empatico batterista Willie McMains.

Un lavoro piacevole, non certo una rivoluzione, ma senz’altro ulteriore vitale testimonianza di parecchia classe “da vendere”. Marco Maiocco

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Per una Repubblica Europea (oppure no?)

Lo abbiamo detto altre volte, proviamo a ribadirlo. Crediamo che le nostre società in crisi o in difficoltà non possano permettersi (diciamo) il lusso che il progetto europeo svanisca, imploda definitivamente (ci siamo ormai pericolosamente vicini).

A meno che non ci si ritiri tutti in una qualche nuova o antica dimensione bucolica, agreste, particolare, appannaggio solamente di piccole realtà comunitarie (il che forse è sempre possibile, magari auspicabile: viva le consapevoli piazze montagnine).

Ma sono purtroppo troppe le persone che in questo momento stanno soffiando sul fuoco, il collasso dell’Unione Europea (ormai sempre più vicino) potrebbe lasciare praterie sterminate alle nuove pericolose incolte destre nazionali (ma per carità, c’è anche chi dice che per risorgere è necessario passare prima dalle ceneri).

E però le persone consapevoli, informate, sensibili a certi argomenti, non possono non cercare di battersi per un’Europa più politica, democratica, solidale, unitaria. Perché bisogna sapere che è proprio qui il vulnus, ovverosia nel deficit democratico, di legittimità democratica: è per questo che l’Unione Europea è sostanzialmente alla sua fine (di Europa ce n’è paradossalmente troppo poca).

Le prossime elezioni europee così cruciali e decisive, saranno al contempo come al solito quasi del tutto inutili.

Il Parlamento Europeo continuerà ad essere un simulacro di assemblea legislativa, la Commissione Europea (che non è espressione del Parlamento Europeo) continuerà a non essere un vero e proprio governo europeo, ma una sua vuota rappresentazione, ed a contare saranno di nuovo prevalentemente il decisionale Consiglio Europeo, espressione (dal 2009) degli Stati Nazionali e dei loro contrastanti interessi, e una Banca Centrale, che “emette” una moneta comune (in realtà acquista elettronicamente la moneta emessa dalle varie Banche Centrali, moneta che invece dovrebbe essere emessa e controllata dalla zecca centrale di una Repubblica Europea, perché solo uno Stato che produce effettivamente moneta è padrone della propria politica economica e soprattutto fiscale), e però non essendo prestatore di ultima istanza (ma in sintesi e tecnicamente solo la Banca delle Banche Commerciali), e sostanzialmente non rappresentando nessuno (pur calmierando interessi e inflazione nominale), se non gli interessi prevalentemente privati di chi la partecipa, ovverosia le Banche Centrali dei singoli paesi, ormai partecipate in prevalenza dai grandi gruppi bancari (privati ovviamente) di ogni singolo stato.

In sostanza siamo nelle mani delle Banche (ed è questo che abbiamo sempre la sensazione non ci venga mai detto realmente: il margine politico di manovra, se esiste, è davvero strettissimo, e non per colpa della nobile idea di Europa) e di Stati sempre più simili (ma forse è così fin dal sorgere dello Stato Nazione, che si è fatto avanti nascondendosi dietro le insegne delle grandi compagnie commerciali) ad S.P.A. (vedi gli svariati vincoli di bilancio, sempre più tendenti al suo assurdo pareggio).

Tutti argomenti che è necessario, essenziale continuare ad approfondire, studiare, ognuno per come può (dal canto nostro abbiamo ancora per il momento e forse colpevolmente solo qualche piccola insufficiente intuizione).

Comunque, a meno di non rifugiarsi ciascuno nelle proprie utopie (e per carità ne abbiamo tante, ognuno ha appunto le proprie), battersi per un’unione politica europea finalmente compiuta ci sembra l’unica concreta possibile soluzione di fronte agli sconvolgimenti presenti e futuri (anche se è vero che i sovra organismi sono per definizione disumani).

Oppure si potrebbe cominciare a parlare nuovamente (?) di Stati Uniti del Mediterraneo (ipotesi politica ancor più lontana purtroppo), assecondando l’idea (forse anacronistica, almeno dal ‘600) di riportare il Mediterraneo al centro della scena geopolitica, facendolo ritornare un “mare nostro” (nel senso di tutti, non di una sola potenza), ma le due utopiche (?) realtà politiche, in termini di visione, non sono in contraddizione, non si elidono automaticamente. Marco Maiocco

Dischi

Una valida riformulazione

Alfa 9

“My Sweet Movida”

Blow Up Records, 2018

Questi valorosi rigeneratori del più baluginante sixties folk rock americano non vengono dalle assolate depressioni desertiche dell’Arizona, come la copertina di questo loro ultimo My Sweet Movida (terzo lavoro in studio dal lontano 2005) potrebbe suggerire, ma piuttosto singolarmente dalla brumosa Newcastle-under-Lyme, cittadina inglese nella contea dello Staffordshire (regione delle Midlands Occidentali), centro non lontano dall’Università di Keele, sede (a quanto pare) del più grande campus universitario britannico.

Qualcuno li ha già raffrontati (per lo meno in parte) all’onda ormai antica del Paisley Underground sound losangelino degli anni ’80, che cercava di recuperare la lezione psichedelica californiana (a matrice o propulsione sub continentale indiana, per così dire), ma insomma i Dream Syndicate di Steve Wynn, per esempio, erano certo più punk o post punk, oltre che elettricamente sfrangiati (anche se in questo senso ammettiamo di non conoscere la più morbida musica dei Rain Parade).

Comunque sia, gli ottimi chitarristi Phil Mason (anche voce leader) e Leon Jones, coadiuvati dal basso di Ali Heatlh e dalla dinamica rutilante progressiva batteria di John Bradbury, sono davvero bravi nel riproporre con aggiornata freschezza (senza particolare maniera) e immediatezza (potremmo dire in scintillante ed elegante chiave pop) le stratificate armonie vocali di quel fluttuante periodo e in special modo i riverberi e le argentine tessiture delle abbaglianti tintinnanti chitarre (jingle jangle, stando alle formule) degli storici Byrds, oltre che certe inflessioni western, dai caricaturali echi morriconiani (come nella title track Movida).

Un album che più derivativo non si può, eppur decisamente degno di nota, concluso per altro da una sontuosa digressiva ballata (Fly), che (siamo certi) non dispiacerebbe al miglior Neil Young. Marco Maiocco

Dischi

La cristallizzata arte popolare di Seasick Steve

Seasick Steve

Can U Cook ?

BMG, 2018

Qualcuno (si fa per dire), un po’ di tempo fa, in un mirabile sapienziale libello, scritto all’impronta (e in sostanziale condizione d’esilio), in tempi decisamente più incerti e tumultuosi, potremmo dire apocalittici, ha scritto, nell’ambito di un ragionamento ampio, profondo e articolato, che “l’arte popolare è eminentemente religiosa (religioso è il momento del limite, quello in cui il linguaggio diventa simbolo, e il mondo liberamente creato si annulla per perpetuarsi – nota dallo stesso testo), in tutte le sue forme, figurative, musicali, architettoniche, poetiche, e in quelle che sono tutt’uno con il costume, e l’uso, e i mille riti che accompagnano la vita”, essendo “la fissazione dello stile la caratteristica (principale ?, domanda nostra) dell’arte popolare.” (ma chissà, forse di tutta l’arte, anche di quella “geniale”, apparentemente più lontana dalla manipolazione della formula)

Tutto vero e probabilmente inevitabile (viviamo di catene operazionali, procediamo per corsi e ricorsi, per moduli che si ripetono fino alla loro prossima demolizione, portatrice di ulteriori schemi e modelli, da reiterarsi più o meno consciamente fino alla successiva “rivoluzione”); eppure quel nobile autore stava forse in quel momento dimenticando una cosa importante, ovverosia che anche il processo (ineludibile) di selezione dalla tradizione può essere a sua volta un libero processo creativo e non solo vuotamente ripetitivo (e tra l’altro spesso e volentieri ad inconscio rivelatore carattere noumenico); e a corollario di quest’ultima affermazione, con ogni probabilità dimenticava il fatto (ma non lo diciamo polemicamente) che i grandi interpreti della tradizione (quelli che la amano davvero) sono sempre coloro che sentono il bisogno (riuscendovi) di costantemente innovarla dall’interno, se non eternamente reinventarla, per renderla sempre viva, attuale, concretamente rispondente alla realtà cui attinge, alla quale deve necessariamente far riferimento, non invece rimandando ad un’altra esterna, simbolica (da originaria che era), immutabile, inespressiva, astratta impalcatura semantica e cognitiva.

Crediamo che quando l’arte popolare riesca effettivamente in questo intento non stia affatto perdendo in possibile propositiva forza scompaginante e soprattutto che non stia immolando o sacrificando l’originaria libertà creatrice, pur certo non votandosi ad essa completamente (ed infatti più di ogni tanto occorrono salutari tuffi nell’imprevedibile improvvisazione tout court – che inevitabilmente finisce anch’essa prima o poi per rispondere a formule o a connotazioni stilistiche – o per esempio in quel tipo di composizione musicale talmente contaminata, che davvero, quasi timorosi, ma altrettanto curiosi, non si ha nemmeno più la vaga idea di dove possa andare a parare), ma che invece sia imprescindibilmente indicatrice dei processi (passati, presenti, se non profeticamente futuri), funzionale al progredire dell’esistenza e fondamentale congerie testimoniale dell’umana vita (continua differenziazione individuale dall’indifferenziato primordiale e ritorno, direbbe il filosofo).

Sono discorsi complessi, di carattere filosofico, estetico, e non solo, difficili da sviscerare (almeno per noi) e che qui certo non si esauriscono. Ed è un po’ assurdo o singolare (ma tant’è) che in questo caso siano introduttivi alla segnalazione di quest’ultimo (ennesimo ?) disco di un bluesman in fondo minore (oppure no ?), che negli anni ha perso molta della sua originale (veracemente popolare) carica dirompente (che lo aveva giustamente posto all’attenzione delle cronache), fondata soprattutto su un ritorno ad un “monocorde”, primitivo, intenso down home, massicciamente elettrificato, spesso ottusamente garage, anche se intriso di southern, per appunto fissarsi (volutamente o meno) sempre di più nella cristallizzata (per altro impeccabile sul piano sonoro e stilistico) reiterazione di uno stile ormai codificato e per giunta (forse anche per questo) consacrato dalle major.

Ma certo a Seasick Steve, alias Steven Gene Wold, classe 1941, nativo di Oakland (California), e però meridionale nell’anima, salito alla ribalta intorno ai suoi sessant’anni d’età, anche se in giro da almeno quaranta – e chissà se come “loser” abituato ad una vita raminga dai mille lavori occasionali o se invece in veste di navigato turnista, formatosi alla scuola hippie della Bay Area di San Francisco (le notizie sul suo conto sono contrastanti) -, qui al nono disco solista, quasi interamente registrato in un’ex ice house presso il porto di Key West in Florida, non possiamo dire manchino sincera passione ed entusiasmo: alle sue nuove o “vecchie” (perché in stile) composizioni, specie di inesauribile riverberante incrocio tra la musica di John Lee Hooker e quella di Billy Gibbons degli ZZ Top (ma sono tanti in realtà i grandi del blues che Steve rievoca di continuo, da Howlin’ Wolf a Muddy Waters, come nella fangosa Ain’t Nothing But A Thang), non manca mai una sorta di adrenalinica ispirata freschezza.

E però in quest’ultimo Can U Cook ?, alle cui registrazioni hanno partecipato anche lo storico batterista Dan Magnusson (a.k.a. Crazy Dan) e il chitarrista Luther Dickinson (North Mississippi All Stars), a sorprendere maggiormente sono appunto proprio quei brani, all’interno dei quali Steve riesce a sganciarsi in buona parte dal consueto (sempre ottimamente interpretato) binario, come nell’ipnotica Chewin’ on da Blues, nell’estatica Lay, nella splendida ballata acustica, quasi d’apertura, Sun On My Face o ancora nell’inaspettato “scomposto” solo di Get My Drift. Nel complesso, comunque, l’ormai solito (certo non da buttare) riconoscibile “maldimare” (seasick). Marco Maiocco

 

 

 

 

 

Dischi

Tra un’aggiornata (anche intima) matrice folk e un più essenziale mood punk rock

Merry Hell

“Anthems To The Wind”

Merry Hell, 2018

Quinto lavoro discografico per questo arioso e scoppiettante ottetto di Wigan (Greater Manchester), capitanato dai fratelli Kettle – John, chitarra e composizioni; Bob, mandolino, banjo, bouzouki, composizioni; Andrew, voce -, che affondano le proprie radici nel punk folk rock dei Tansads, attivi per oltre un decennio sulla scena indie.

Quella carica, quel burbero spirito combattivo, quella luminosa, rude e ruspante anima rock, sono caratteristiche perfettamente inscritte in tutta la loro arrembante energica musica (comunque prevalentemente e limpidamente acustica, e non scevra per altro di momenti più intimi e riflessivi), che si avvale poi del determinante contributo vocale e compositivo della moglie di John: la lieve e straripante Virginia Kettle.

A completare l’ottetto, che difficilmente trova modo d’essere ospitato per intero sui palchi dei piccoli folk club, ci pensano Nick Davies al basso, il nuovo arrivato Neil McCartney al fiddle (che in effetti sembra aver un po’ ammorbidito l’ottimo complessivo sound della band), Andy Jones alle percussioni e Lee Goulding alle tastiere.

Registrato in presa diretta, come dal vivo, nella village hall di Bunbury nel Cheshire East, al cui interno il suono è stato catturato in modo decisamente efficace, quest’ultimo Anthems to the Wind, composto da originals e alcune riproposizioni di più datati brani della band, fotografa una formazione contagiante nel pieno delle forze, convinta delle proprie capacità e ulteriori potenzialità.

Come scritto per il precedente (forse più vigoroso) Bloodlines, se dovessimo fornire qualche riferimento, ci rivolgeremmo alla coralità dei Fairport Convention di “Come all Ye” nello storico “Liege and Lief” (ma non solo), magari all’energico e genuino irish rock dei Waterboys in “The Fisherman’ Blues”, più che alla maggior robustezza (comunque evocata) degli scatenati Pogues, e ancora all’impetuosa e spettacolare collegialità dei più recenti Bellowhead.

Una pregevole combinazione tra un’aggiornata (anche raccolta) matrice folk e invece una più scabra ed essenziale sensibilità punk rock. Coinvolgenti. Marco Maiocco

Dischi

Blue collar honky tonk

Whitey Morgan and the 78’s

“Hard Times and White Lines”

Whitey Morgan Music/Thirty Tigers, 2018

Avevamo intenzione di scrivere di tutt’altro, probabilmente di più impegnativo (ma magari ci torneremo), poi ci siamo imbattuti nell’honky tonk smargiasso, divertente, verace, dagli autoironici (almeno secondo noi) tratti epici (più propri per altro di quest’ultima pubblicazione, più roboante, “metal rock”, e un po’ meno country), di Whitey Morgan and the 78’s e non abbiamo potuto resistere, bisognava rilasciare un commento.

Un lavoro che procura buon umore già a partire dall’imbattibile pirotecnica copertina hot wheels (oltre che dall’enfatico spettacolare incipit Honky Tonk Hell), che ricorda immediatamente (quanto meno in parte), e scantonando i lontani giochi d’infanzia, le sardoniche irriverenti fumettistiche imprese di Commander Cody (alias George Frayne) and His Lost Planet Airmen, anche se nel caso di Morgan siamo più dalle parti del nuovo country (certo più elettrico e robusto, ma si ascolti per esempio la melodica riproposta del classico di Dale Watson Carryin’ On) alla Sturgill Simpson, piuttosto che del country rock/rockabilly on the road vecchia maniera.

Originario di Flint (Michigan), luogo operaio per eccellenza, centro di una nuova depressione americana, cittadina dalla quale proviene anche il regista Michael Moore, che della situazione a Flint (soprattutto dal punto di vista dei beffati cittadini afroamericani) ha proprio di recente raccontato nel suo ultimo documentario show, Whitey Morgan sembra essere espressione autentica della working class bianca: le sue canzoni raccontano le difficoltà (spesso drammatiche), impersonano le gesta quotidiane, della gente più semplice (Bourbon and the Blues, Hard to Get High, etc, etc).

La sua ricetta sonora appare tanto semplice quanto efficace: ad assecondare la sua caratteristica idiomatica voce baritonale, ci pensano soprattutto una pedal steel al fulmicotone (quella di Brett Robinson, un vero e proprio campioncino) e le chitarre metalliche e scintillanti di Joey Spina.

Registrato ai Sonic Ranch Studios in Texas – e chissà che il luogo non abbia ispirato l’ottima cover, in opportuna chiave southern, di Just Got Paid degli storici ZZ Top di Rio Grande Mud -, avvalendosi anche della collaborazione di ospiti importanti come Larry Campbell, questo quarto convincente (di nuovo) indipendente album in studio con i 78’s, che segue il precedente Sonic Ranch a tre anni di distanza, apparterrà senz’altro ad un pantheon minore, ma certo non pare mancare di sincerità. Marco Maiocco