Dischi

Un effervescente politico jazz progressivo di sintesi

Francesca Remigi

“Il labirinto dei topi”

Emme Produzioni Musicali, 2021

Ha preso forma a Bruxelles questo pirotecnico avvincente creativo progettuale internazionale collettivo di jazz progressivo, guidato dalla giovane talentuosa batterista compositrice bergamasca Francesca Remigi, finalista, con questo suo energico e concettuale “Archipelagos”, dei Maastricht Jazz Awards 2020, e vincitrice del concorso All You Have To Do is Play 2019.

“Il Labirinto Dei Topi”, quello in cui purtroppo siamo tutti intrappolati, si ispira ad alcuni scritti di sociologi e storici fra cui Noam Chomsky, Zygmunt Bauman, Roberto Saviano, Samuel Huntington e William McNeill, con l’obiettivo di esprimere, attraverso la musica, alcune delle nozioni chiave del loro pensiero, come la liquidità (o disfacimento) delle relazioni sociali, il decadimento (o sfacelo) della società contemporanea, la disfunzionalità dell’economia capitalista legata all’idea di libero mercato (ogni volta reimpostantesi sulle ceneri provocate da un più o meno programmato stato di crisi permanente), l’evoluzione della criminalità organizzata, la crescita sciagurata del mercato delle armi, l’acutizzarsi di un individualismo sfrenato e onnipresente.

Ad affiancare Francesca, a contornarla felicemente, un affiatato compartecipe ispirato (oltre che tecnicamente preparato) gruppo di nuovi valorosi esponenti di un’improvvisata (o meglio creativa) musica di sintesi, composto dalla lussemburghese Claire Parsons (voce, effetti), il milanese Federico Calcagno (clarinetto, clarinetto basso), l’australiano Niran Dasika (tromba), il francese Simon Groppe (pianoforte), e l’olandese Ramon van Merkenstein (contrabbasso).

Dal punto di vista musicale, l’album si muove efficacemente, in modo appassionante, effervescente, dinamico, divertente, più che sufficientemente personale, tra soluzioni compositive e sonorità fortemente influenzate dal jazz moderno e d’avanguardia (i due elementi sembrano qui convivere in perfetta armonia), più oblique e stranianti cadenze contemporanee, echi della musica indiana di matrice carnatica (tra le esperienze maggiormente formative di Francesca, l’incontro in Canada, alla Banff Jazz Residency, con il celebre pianista indoamericano Vijay Yier), e il rock progressivo d’altri tempi, magari filtrato da una più moderna ed elegante sensibilità elettronica.

Il rigore ritmico e matematico (che a tratti potrebbe far contento il geometrico Nik Bärtsch), e però sempre umanissimo, potremmo dire naturale, mai automatizzato (per così dire), la mirabile vorticosità di certi spettacolari preordinati unisoni, che spesso caratterizza le corali precipitevoli composizioni della Remigi, vuole essere, secondo le intenzioni dell’autrice, la rappresentazione plastica di una sorta di società “Matrix”, purtroppo sempre più avviata ad opprimere e controllare l’individuo – che però spesso e volentieri ha la colpa di asservirsi quasi volontariamente agli occhi e le orecchie del nuovo Grande Fratello, tramite lo smodato e superficiale utilizzo delle sempre più invadenti, oltre che avveniristiche, tecnologie.

Un rigore matematico, d’altro canto, alternato o contrapposto a momenti di più libera radicale entropica scardinata improvvisazione, e quindi ad imprevedibili sezioni maggiormente contraddistinte da uno spiccato individualismo da parte di uno o più musicisti, che tramite la musica cercano di esemplificare e testimoniare la stringente necessità, pur se nella comprensibile difficoltà, di trovare una via per la coesione e la collaborazione, probabilmente adattiva, in una salvifica chiave evolutiva, tanto quanto la ferale competizione.

La musica qui vuole infatti assumere la funzione di indicatore (oltre che di possibile risolutrice dei conflitti, agente positivo della ricomposizione), quasi diventasse strumento di una fine indagine antropologica, nel senso che davvero l’organizzazione musicale può fungere da specchio, riflettere e svelare i rapporti, il funzionamento, le dinamiche interne di una società, e quindi tutti i suoi pregi, ma anche tutti suoi eventuali (più o meno intrinseci) difetti.

Metaforicamente parlando, siamo tutti delle isole nella corrente, a rischio costante di una burrascosa dispersiva deriva (anche se però forse necessaria, quando non irrimediabilmente obliante), espressione unica ed irripetibile di una singolare personalità individuale, certo tutta da valorizzare, nel pieno rispetto di ogni provenienza e differenza, ma anche da possibilmente integrare in quell’ideale arcipelago comunità (da mappare di continuo, perché sempre in movimento), del quale tutti dovremmo responsabilmente fare parte.

Assolutamente pregevole.

Marco Maiocco

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