Dischi

La sorprendente autenticità dei Damore

Ordinary Elephant

“Honest”

Ordinary Elephant, 2019

Non ci si faccia ingannare dalla bella e rassicurante copertina in stile old time, per la verità più quotidiana e sognante (sixties) che ottusamente conservativa, perché Crystal Hariu Damore (lead vocals, guitar) e Pete Damore (vocals, clawhammer banjo, octave mandolin) sono due esseri umani illuminati (consigliamo di approfondirne la storia), veri e propri liberatori della tradizione, che certo mirabilmente rispettano, ma aggiornandola dall’interno, con tutta la modernità delle loro composizioni.

Crystal e Pete (per altro di origini italiane) sono moglie e marito – cardiologo veterinaria (lei) e programmatore di computer (lui) – prima ancora d’essere talentuosi musicisti, armoniosi cantanti ed autori sensibili.

La loro straordinaria intesa musicale colpisce veramente nel segno e dev’essere pari a tutto l’amore che li unisce (basta guardarli oltre che ascoltarli).

Non abbiamo idea da dove esattamente provengano, anche se sappiamo che ad un certo punto hanno deciso di andare a vivere insieme a Houston, per poi da lì abbandonare tutto, a partire dal proprio retribuito lavoro, comprare un camper e dedicarsi ad una vita musicale on the road, sì da valorizzare finalmente il proprio talento ed evitare di trovarsi nella condizione di non sapere come passare il resto della propria vita, una volta che si è passata la prima parte ad assecondare le aspettative degli altri.

D’altronde, la via che comunemente viene considerata “sicura” spesso e volentieri può tranquillamente non esserlo, come i due qui cantano in Rust Right Through.

Quest’ultimo Honest è il loro secondo album, seguito a quel Before I Go, che nel 2017 gli era valso il titolo di migliori artisti dell’anno all’International Folk Music Awards.

Un disco registrato magnificamente ad East Nashville presso lo Skinny Elephant Recording, sotto la supervisione di Dylan Alldredge, e con il contributo discreto (quasi inudibile) di Will Kimbrough (electric guitar, acoustic guitar, mandola, organ), Michael Rinne (bass) e Neilson Hubbard (piano, percussion).

Una registrazione carismatica, intessuta di composizioni originali ad alto impatto emotivo, intrise di forza, vulnerabilità, umanità e gentilezza, in buona parte incentrate su profonde riflessioni a proposito della memoria (proprio come potrebbero fare due elefanti), su quanto il passato possa determinarci (nel bene o nel male), influenzare le nostre scelte, ma anche su come ognuno di noi custodisca la forza, quando necessario, per prenderne adeguatamente le distanze.

Al suo centro composizioni come Scars We Keep, per esempio, nella quale un bambino, diventato adulto, decide di allontanarsi dai modi bruschi e razzisti del padre (“è tempo di essere un fratello, non il figlio di mio padre / sono nato per essere un bigotto, ma questo non significa che lo sia”); o come Worth The Weight (“mantieni gentile tutto ciò che dal tuo petto sale alla tua lingua. Non lasciare mai che le tue parole annullino il lavoro svolto”). Ma ovviamente non solo.

Un album magnetico ed essenziale, dalla strumentazione minimale, che si presenta come un esempio intenso e sorprendente, se non addirittura stordente, di rara autenticità e autorevolezza. Commoventi. Marco Maiocco

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