Dischi

La metafora del labirinto

Enten Eller

“Minótauros”

Enten Eller, 2018

L’ultima suggestiva (o dovremmo dire straordinaria) registrazione di questa storica formazione del jazz italiano di ricerca, sulle scene da oltre trent’anni, qui al sedicesimo album (interamente autoprodotto), è una commovente e articolata performance live, tenuta presso il Museo Garda di Ivrea lo scorso 17 marzo, nell’ambito del 38° Open Jazz Festival.

Il gruppo suonava in una stanza, mentre in altre sale del Museo si muovevano tre danzatrici (più un danzatore), ognuna delle quali si relazionava, senza alcun contatto visivo, con il percorso sonoro tracciato da uno dei quattro strumentisti in gioco.

Il pubblico si spostava da un punto all’altro della struttura, assunta a metafora dell’oscuro e pauroso labirinto (quello esistenziale in primis, in cui oggi, forse più di ieri, siamo tutti quanti immersi), cogliendo stralci significativi del fatto multimediale (o meglio sinestesicamente multimodale), che si stava realizzando in tempo reale, tentando di ricostruire un ideale filo conduttore, capace di traghettarlo fuori dall’intricato dedalo cognitivo, come fu per Teseo il celebre filo d’Arianna, dopo aver ucciso il terrificante Minotauro.

E però anche senza questo ricco apparato teatrale, coreutico, scenografico e narrativo (un classico degli Enten Eller), “Minotauros”, ridotto alla sua “semplice” essenza musicale, superba ed elegante sintesi di elettricità, acustica ed elettronica, supera egregiamente la prova dell’ascolto, coinvolgendo dal primo istante, senza mai presentare cali di tensione, e coniugando alla perfezione il piacere dell’ascolto, a tratti davvero spettacolare, con lo spirito della ricerca (sonora, timbrica, armonica, dinamica): leggerezza e “cantabilità” unite a tempra e rigore.

Contrariamente a quanto avvenuto per il precedente e altrettanto avvincente “Tiresia”, vera e propria totale estemporanea improvvisazione a partire da un dato tema plasmante (come spesso accade per la musica degli Enten Eller, a paradigmatica e universale valenza mitologica), qui il sapienziale e superlativo quartetto piemontese/friulano affronta una serie di preordinate composizioni (in aggiunta agli interludi, e cioè alle specifiche improvvisazioni più direttamente legate al movimento coreutico, che fungono da poetico e “rubato” intermezzo tra un brano e l’altro, finendo comunque per comporre un’unica continuata suite, chiusa poi da uno storico classico – per il gruppo – in funzione di unificante finale) dal carattere anche molto lirico, quasi cinematografico, sì da restituire tutta una serie di fluide immagini in movimento, pensate proprio per accompagnare nel tempo e nello spazio il movimento stesso, lasciando poi ampia libertà all’imprevedibile e inventiva creatività di ciascun musicista, che (nonostante le evocate ottusità labirintiche) non pare proprio trovare ostacoli.

Sì, perché, sostenuti dalle vaporose e rutilanti poliritmie di Massimo Barbiero, sorta di “cantore” del timbro ritmico, maestro assoluto del “respiro” percussivo e di una creativa distribuzione degli impulsi e degli accenti, sempre funzionale al prescelto impianto drammaturgico, Alberto Mandarini (tromba), Maurizio Brunod (chitarra) e Giovanni Maier (contrabbasso), suonano tutti al meglio (e con estrema naturalezza, oltre che scrupolosa applicazione) delle loro iperboliche e fantasiose possibilità tecniche ed espressive, raggiungendo ispirati e sorprendenti vertici di limpida e comunicativa compiutezza artistica.

Ci raccontiamo storie forse fin dal primo momento in cui abbiamo avuto la reale percezione del passare del tempo. Abbiamo cominciato a seppellire i nostri morti, quando ci siamo accorti che eravamo vivi, che il tempo a nostra disposizione era limitato. Abbiamo iniziato a elaborare complicate e paradigmatiche teorie cosmogoniche, mitologiche e teologiche, quando abbiamo dovuto dare senso all’incomprensibile fenomeno (quasi stregonesco per la nostra mente) dell’improvvisa assenza, sparizione delle persone amate, e della sua irreversibilità senza rimedio.

La causa (più o meno) segreta, infatti, di tutta la sofferenza umana, ma anche di tutta la speciale e salvifica (?) ragione umana (che è quella capacità di discernere, prendere costantemente delle decisioni, che appartiene solo ad esseri senzienti, pressati dall’essere irreversibilmente “biodegradabili”), è la mortalità stessa, che è anche la condizione prima della vita: “essa non può essere negata, se la vita deve essere affermata” (Joseph Campbell).

La mitologia classica, come tutto quel che l’ha preceduta e quel “poco” in fondo che (in occidente) le è seguito (il cristianesimo ha obliato molte delle credenze arcaiche e molte delle storie che le sostenevano, in realtà assorbendole al suo interno, per restituirle sotto una pletora di altre forme, ma stiamo oltremodo semplificando), si è fatta carico di questa grave, costante, drammatica e però essenziale, vitale, caratteristica della condizione umana, finendo, come accade a tutte le mitologie, per diventare una sorta di filogenetico canto dell’universo, espressione della musica delle più alte sfere.

I mitologici e sempre filosofici Enten Eller, che da un celebre saggio morale del filosofo danese Søren Kierkegaard prendono il proprio nome, inesausti e indomabili coltivatori (o cacciatori raccoglitori ?) di saggezza, condizione imprescindibile e necessaria per esorcizzare le insidiose derive entropiche insite nell’animo e nella mente umana, tutto questo lo hanno meritoriamente capito da tempo.

Nella loro musica Il Mito si configura come un decisivo e primario spunto di partenza a caratura informante; musica che, diceva Arthur Schopenhauer, è (o deve sempre essere), proprio come nel caso degli Enten Eller (appunto), espressione della volontà (l’energica parola dei non rassegnati, altro che speranza, diceva qualcuno), non mera, ingannevole o illusoria rappresentazione; un modo cioè di plasmare il mondo, redimerlo, alla maniera degli eroi (che non agiscono mai solo per se stessi, avendo o cercando di avere il controllo sulle prevaricanti forze oscure), oppure per delineare un ecosistema ideale o immaginario, dalla pervasiva e liberatoria forza mitopoietica. Impareggiabili. Marco Maiocco

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