Dischi

L’avant soul jazz disco music di Kamasi Washington

Kamasi Washington

“Harmony Of Difference”

Young Turks Recordings, 2017

“Harmony of Difference” è una sorta di colonna sonora o meglio ancora di commento originariamente pensato ed eseguito per accompagnare una video proiezione (fulcro di una più composita installazione multimediale con anche una serie di illustrazioni della sorella di Kamasi Washington, Amani) del regista, film maker e documentarista catalano A.G. Rojas (sempre “a caccia” di periferie degradate e difficili coesistenze tra differenti appartenenze) al Whitney Museum di New York. L’idea di partenza sembra essere stata quella dell’elaborazione di una specie di riflessione sul concetto di contrappunto, l’arte (suprema in J.S. Bach) di armonizzare più linee melodiche tra loro indipendenti o a contrasto. Ma in realtà di questa concettuale (anche impegnativa) teorica base di partenza ci si accorge poco: appare semplicemente trattarsi di un metaforico pretesto per riflettere ad ampio raggio e in fondo con luminoso ottimismo (quindi forse immaginando una possibile sintesi capace finalmente di valorizzare ogni singola differenza, storia e provenienza) sulle divisioni profonde che oggi (paradossalmente più di ieri) continuano ad “animare”, se non drasticamente esacerbare, la composita multietnica frastagliata società americana. Kamasi Washington, eccezionale sax tenorista losangelino dal ricco e profondo background, che tra una contaminazione e l’altra sta più o meno consapevolmente traghettando il jazz contemporaneo verso lidi ancora difficili da definire, prefigurare nei dettagli o profetizzare, contribuendo tra l’altro ad un più generale meritevole tentativo di risvegliare l’intero movimento, qui (sostenuto da una plastica super band a doppia batteria) si abbandona a un vero e proprio flusso di coscienza tra echi di storico avant jazz (vengono sempre in mente John Coltrane e Pharoah Sanders, ma anche, sul piano dell’esuberante “spensierato” approccio, il pirotecnico African Brazilian Connection di Don Pullen) e seventy disco soul music (con tanto di melliflui archi alla Marvin Gaye) dal languido (anche se decisamente propulsivo) coinvolgente procedere, fondato sulla continua e diversificata dinamica declinazione di poche cellule melodiche costantemente ripetute in alternanza a strepitosi interventi solistici (non solo di Kamasi), sì da comporre un’armonica fluente e avvolgente suite a sei colorate “stanze”. I puristi storceranno certamente il naso, mentre gli accaniti sostenitori della sfida e della provocazione intellettuale parleranno forse di un cedimento artistico o di una caduta della tensione, ma se non è musica degna di nota questa (compresa ovviamente la meravigliosa “corale” finale), facciamo davvero fatica a scorgerne altra. Peccato solo per la brevitas: siamo di fronte ad una specie di EP per il digressivo sassofonismo “monstre”, a cui da tempo Kamasi ci abituati (chi non l’ha fatto si precipiti ad ascoltare “Epic”). Spettacolare. Marco Maiocco

 

 

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