Dischi

Particelle elementari

Leptons
“Between Mith And Absence”
Dodicilune, 2015

I leptoni sono particelle di materia subatomiche, appartenenti alla famiglia dei fermioni, dotate di uno spin semi-intero, un particolare tipo di intrinseca rotazione angolare. Pare si suddividano in quattro tipologie: elettroni, muoni, tauoni e neutrini. Abbiamo tentato di dare una definizione (senz’altro incompleta o imprecisa) dei leptoni, perché la cura e la dedizione dei (non a caso) Leptons (Lorenzo Monni, composizione e chitarra, Alessandro Grasso, basso, Paolo Gravante, batteria) nel confezionare un disco che possa suonare come “un classico fuori dal tempo” (a detta dello stesso Monni) ci sembra degna della certosina attenzione che occorre per studiare le infinitesime proprietà della materia. Leptoni che per altro paiono simbolicamente raffigurati da volanti puntini colorati nella suggestiva e indicativa copertina spaziale di questo “Sharathon” (primo disco firmato dal terzetto), sospesa tra i lavori di Roger Dean per gli Yes e le prime informatiche realizzazioni grafiche, tra il mito ancestrale e il fantascientifico “vuoto” siderale. E dire che il principale artefice di quest’opera, il valente compositore Lorenzo Monni, tra l’altro laureato in Ingegneria informatica al Politecnico di Milano, e attualmente assegnista di ricerca all’Università di Padova, dovrebbe essere troppo giovane (parliamo di un classe ’86) per sentire il bisogno di “ricostruire” un “antico” sound di nicchia, che per una questione generazionale non dovrebbe appartenergli in modo così spiccato. Eppure “Sharathon” suona proprio come un’elegante, colta e mirabile sintesi di Canterbury sound, considerato in tutto il suo ampio arco evolutivo, e rock progressivo dalle inflessioni più morbide. In questo senso fa forse solamente eccezione la brillante title track (primo singolo dell’album), che volutamente richiama più il primo pop anni ’80 dei fondamentali (nel segnare criticamente il passaggio dall’epoca analogica/elettrica degli anni ’70 a quella digitale/elettronica e in fin dei conti sintetica degli anni ’80) Buggles di “Video Killed The Radio Stars” e della loro “età di plastica” (a proposito, ci siamo ancora oppure no?). E tutto questo anche in assenza di tastiere, tanto Monni (qui per la prima volta anche alla voce) riesce a ricapitolare alla chitarra gli stili di importanti musicisti d’area del valore di Andrew Latimer (Camel), Phil Miller (Hatfield And The North), Steve Howe (Yes) e Steve Hackett (Genesis), non necessariamente in quest’ordine. Raramente ci siamo imbattuti in una formazione italiana con questo gusto e soprattutto così singolarmente portatrice di un british tinge naturale, capace di risultare fresco, anche se ovviamente non nuovo, ma comunque non meramente derivativo. Qualcuno lo chiama art pop, anche per la sua cantabilità o meglio piacevole vena melodica, noi preferiamo chiamarlo art rock. Una sorpresa. Marco Maiocco

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